Il Palazzo della Provincia di Messina

Nella ricostruzione di Messina le forme monumentali presero il sopravvento facendo rivedere il progetto del Palazzo di Giustizia di Piacentini, la Prefettura di Cesare Bazzani, il Palazzo Municipale di Antonio Zanca, il Palazzo delle Poste di Vittorio Mariani e, infine il Palazzo della Provincia di Alessandro Giunta.
Interventi di decorazione scultorea e pittorica, affidati ed eseguiti dagli artisti locali rappresentano un importante collegamento con la città distrutta e con quelle caratteristiche che per tanti secoli avevano rappresentato Messina.
Il nuovo Palazzo della Provincia sorge esattamente nella stessa località ove era prima del terremoto del dicembre 1908 ed è delimitato da via S. Agostino, da Corso Cavour e dalla Piazza Antonello separata da due grandi cortili che la separavano dalla erigenda scuola normale femminile e dall’archivio provinciale di Stato. Nella rivista “L’architettura Italiana” del 1920 l’edificio viene così descritto: “Esso occupa una superficie di circa mq. 3.500, ed è costituito da un piano terreno elevato dal suolo tanto per vincere il dislivello stradale e di un primo piano. A piano terreno vi sono: la grande Aula consiliare e le sale delle Commissioni, del Presidente e del V. Presidente del Consiglio, del Segretario; inoltre vi sono, sala di lettura, biblioteca, guardarobiera, bouvette, ecc.
Allo stesso piano sono i locali della Ragioneria, dell’Archivio e dell’Economato. Il primo piano è riservato alla Deputazione provinciale, alle sale di rappresentanze e agli Uffici Tecnici e dell’Amministrazione. Ampi corridoi della larghezza di m. 3 nei due piani disimpegnano tutti i locali con profusione di aria e di luce. I lati prospicienti il corso Cavour, la piazza circolare e la Via S. Agostino sviluppano una lunghezza complessiva di m. 110; l’altezza media è di m. 14 circa. La parte centrale del prospetto principale raggiunge l’altezza massima di m. 16, essendosi cioè potuto ottenere mercè la formazione di un tetto a due falde, in modo da ricavare dal timpano un grande frontone la cui decorazione unita a quella del prospetto conferisce maggiore grandiosità e movimento dell’edificio, senza venire meno alle norme tecniche prescritte dalla legge dei paesi soggetti a forti terremoti.
Date le condizioni del sottosuolo, poco favorevole alla stabilità del fabbricato, le fondazioni furono fatte con platea generale in calcestruzzo e con zatteroni in cemento armato a cui è concatenato un sistema di travature disposte nel senso verticale e orizzontale che dal piano terreno vanno al tetto formando un ingabbiamento di ferro e cemento da rendere rigida e indeformabile tutta la massa murale dell’edificio.
I calcoli relativi di stabilità furono affidati agli egregi aiutanti dell’Ufficio Tecnico Provinciale sigg. Davoli, Grimaldi e Mannino. “Lo scalone, progettato con masse e linee architettoniche grandiose, è riuscito un’opera monumentale di buonissimo effetto. I gradini di un sol pezzo, sono di pietra delle Puglie”.
Piazza Antonello polarizza sempre più le maggiori attività e costituisce un campo di forza attrattiva per i deboli territori circostanti che risentono ancora dei danni del terremoto. Messina influisce tradizionalmente sulla Calabria meridionale, anche in senso architettonico, mentre il suo campo urbano è isolato e ristretto limitandosi ad un’area inferiore alla sua stessa Provincia. Nei tempi recenti la completezza architettonica di questo edificio ha costituito uno degli elementi di legame del territorio in una provincia tre le più estese d’Italia.
All’interno dell’edificio le decorazioni sono del genere più pregiato, nella scala d’ingresso punti raffinati, particolari indovinati, materiali omogenei, sono tutti elementi che costituiscono magnificenza e stile architettonico a questo edificio. E’ sorprendente che dopo tanti anni le destinazioni dell’interno siano rimaste quasi immutate.
“Il palazzo delle aquile” è rimasto anche all’esterno integro e indenne dalle crisi delle sopraelevazioni che ha coinvolto la città. Un problema di cultura, con precisi risvolti politico-sociali e soprattutto economici. Secondo Ernesto Galli della Loggia lo possiamo considerare “il massimo problema culturale del nostro paese”. Esso “consiste nella conservazione del proprio volto, nella preservazione dell’effige della propria identità storica”. I centri storici, come indica Pier Luigi Cervellati, “sono “Capillarmente trasformati fino alla totale perdita di sè, da una miriade di orripilanti cambiamenti e da un traffico che ormai contende ai pedoni perfino l’uso dei marciapiedi”.
Risanare la scena italiana, sostiene Galli della Loggia significa porre e affrontare un’immensa questione della e per la cultura della nostra collettività. Vuol dire tentare di stabilire un rapporto positivo tra il passato, così importante per l’identità, il suo presente e il suo futuro.

Bibliografia: Il centro storico di Messina – Franco Chillemi
Sicilia – Touring Club Italiano
L’arte di curare la Città – Pier Luigi Cervellati.
L’Architettura Italiana, 1920.

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