Giorno: marzo 17, 2011

Antonio Ricciardi protagonista della ricostruzione post-terremoto

Tra i tanti architetti che hanno operato a Messina non è certo il più noto. Eppure è utile ricordare la figura e le opere di Antonio Ricciardi proprio per questo; è infatti una figura professionale con una dimensione più ampia di quella comune e cenni biografici confermano una dimensione europea. Antonio Ricciardi nacque a Mandanici il 29 febbraio 1892 (bisestile), dove frequentò le elementari continuando poi gli studi a Messina e diplomandosi presso l’Istituto Fisico-Matematico.
Per continuare gli studi si trasferì a Firenze dove presso l’Istituto di Belle Arti conseguì il titolo di Professore di Disegno Architettonico mantenendosi con il suo lavoro di disegnatore di parti anatomiche eseguito su commissione di medici chirurghi per pubblicazioni scientifiche.
Chiamato alle armi col grado di sottotenente del Genio Zappatori fece la 1 Guerra Mondiale sul fronte del Carso. Finita la guerra rientrò per qualche tempo a Firenze ove collaborò con studi professionali di architettura.  Nel 1930 si trasferì a Parigi dove seguì dei corsi di specializzazione in disegno architettonico e lavorò come collaboratore di studi professionali ad importanti opere nell’ambito parigino acquisendo notevole esperienza sui movimenti moderni contemporanei, quali l’art deco e successivamente il razionalismo.
Tornato in Italia nel ’34, non essendo abilitato a firmare autonomamente progetti in quanto gli Istituti Italiani di Belle Arti per l’architettura sul modello dell’Ecole des Beaux Art Francese rilasciavano diplomi di professore di Disegno Architettonico che non consentivano l’esercizio della attività professionale, lavorò prima in collaborazione con l’ing. Guido Viola e successivamente costituì una società di costruzioni con l’ing. Domenico Pandolfo partecipando attivamente alla costruzione della città.
A Messina opere: Villino Cesareo ed altri, is. 88 P.R.G., is. 488 P.R.G., is 215 P.R.G. (alloggi per Ufficiali), Capitaneria di Porto, etc.
Sono documentati inoltre: Monumento dei Carabinieri caduti nel Cimitero dei Rotoli di Palermo (concorso nazionale), Ponte Nuovo di Mandanici a una sola arcata (con una tecnica innovatrice appresa a Parigi), villa Notaio Livoti a Mazzarrà S. Andrea, ville a Mandanici, ville a Taormina ed altre opere non rintracciate in Provincia.
Richiamato alle armi nel ’42 partecipò alla II Guerra Mondiale in Albania come Ufficiale del Genio. Dopo la guerra tornò nella sua città lavorando come imprenditore edile.
Il 23 ottobre ’44 morì a Messina. L’opera dell’architetto è una testimonianza che si protrae nel tempo ed è quindi soggetta a tutti i cambiamenti che in esso comporta e per l’invecchiamento delle opere stesse sia per la mano dell’uomo che purtroppo spesso le deturpa e ne cambia le caratteristiche stilistiche e le stesse funzioni.
Un particolare interesse è dato dal villino di proprietà del prof. Cesareo progettato nel 1934 da Antonio Ricciardi con un garbo eccezionale ed una grafica eccellente. Il villino è ancora esistente in via Francesco Todaro. Attualmente risulta modificato per non dire stravolto, un gioiello di architettura quasi irriconoscibile che ha tuttavia ancora particolari di estremo interesse architettonico. Dal raffronto tra il progetto e la realtà attuale si nota come all’accuratezza grafica del progettare corrisponde una qualità del particolare eseguito che ci porta a riflettere sulle caratteristiche di particolare bravura degli artigiani e delle maestranze che le hanno eseguite. Nessuna sbavatura o impuntatura, tutto eseguito alla perfezione per restituirci la sensazione e l’impegno del progettista a proporre l’armonia delle linee e delle curve tese a darci la migliore sensazione del bello.
Anche l’edificio “alloggio ufficiali” is. 215 del P.R.G. è particolare per la sua eleganza e per l’interesse di alcuni particolari architettonici. Il prospetto di progetto originario è certamente molto più armonico ed elaborato dell’esistente. Ma anche qui i particolari architettonici realizzati sono di una notevole bellezza e vanno segnalati ed evidenziati in modo che gli utenti del fabbricato e gli stessi messinsi ne prendano atto e passando per via Tommaso Cannizzaro prestino quell’attenzione necessaria per ricevere quella sensazione di piacevole benessere che l’architetto e gli esecutori si sono prefissi di dare. I progettisti di rango si sono sempre attivati a questi traguardi per rendere belle e particolari le loro città.
Come per gustare un concerto occorre orecchio, per lo spazio occorre una sensibilizzazione all’armonia delle figure, dei vuoti, dei pieni e di tutto quello che in una parola si chiama ritmo architettonico.
Ricciardi si è occupato anche di ediliza economica e popolare con il progetto dell’isolato 203 del P.R.G. In considerazione si è voluto prendere un particolare di facciata, certamente un contesto cittadino dal contorno molto diverso, ma l’edificio mantiene la sua integrità e anche la sua dignitosa eleganza. Ma anche in questo caso non si può fare a meno di sorvolare sui particolari costruttivi riconoscendo l’armiosità progettuale e la stessa continuità con le altre proposte architettoniche di Ricciardi. Bellissime le opere in ferro battuto, bellissimi gli stucchi. La dimensione europea di Ricciardi è caratterizzata dal progetto per la costruzione “Du grupe d’immeubles asnieres a Siene” in Francia, redatto in Parigi nel 1928.
La dimensione e i ritmi sono di una grande opera. Le articolazioni e le dimensioni della pianta sono veramente progressiste introducendo tra l’altro il concetto di cellula con l’accoppiamento dei servizi. Molto interessante anche per la soluzione tridimensionale del tempietto della Gloria del 1914. Con questo studio vengono rettificati alcuni precedenti studi che attribuivano alcune delle opere di Messina all’Ing. Guido Viola che le aveva firmate quale ingegnere capo dell’Unione Ediliza Nazionale. Tra le opere non realizzate assume importanza rilevante il progetto per la costruzione di un grande albergo in montagna da realizzare in messina nell’anno 1934.
Antonio Ricciardi personifica oltre che l’architettura soprattutto la creatività e la professionalità dettata da una conoscenza poliedrica che si esprime anche nella progettazione e realizzazione di manufatti ingegneristici come la costruzione del ponte Passo della Provvidenza – Mandanici, realizzato nel 1927-29. Ricordarlo e conoscerlo oltre che un vanto per la nostra città, evidenzia la capacità dei soggetti creativi di trovare nuovi rapporti e soluzioni, allontanandosi nel contempo dagli schemi di pensiero tradizionali e convenzionale fuori del tempo e fuori dai limiti di frontiera e quindi di spazio.

I mostri che infestano lo Stretto: la vicenda di Cola Pesce

Di sicuro è la leggenda più nota nella cultura del popolo messinese. Provate a chiedere ad un bambino, su cosa si erge Messina, lui vi risponderà che la città è sostenuta da due colonne e da Cola Pesce. La leggenda, risale ai tempi di Federico II di Svevia e venne trascritta poi da diversi autori come ad esempio Italo Calvino, che la inserì nella sua raccolta di Fiabe italiane del 1965. Cola era un ragazzino che amava particolarmente il mare tanto da riuscire a stare in acqua dalla mattina alla sera. Un giorno d’estate, Cola era insieme alla madre sulle coste Messinesi e come era suo solito, se ne stava in acqua già dalle prime ore del dì, si sentiva urlare ed era proprio la donna che a squarciagola invitava il figlio ad uscire dall’acqua, ma il ragazzo amava talmente il mare che di uscire non ne voleva sapere. La madre stanca di urlare si rivolse al cielo e gli mandò una maledizione, dicendo “ che tu possa diventare un pesce”. Quel giorno, il cielo parve voler esaudire le parole della donna, e in meno che non si dica, Cola iniziò a mutarsi in pesce, da quel momento in poi, Cola non mise più piede sulla terraferma. Intanto la voce che questo ragazzo di Messina si fosse tramutato in pesce, faceva il giro del regno ed arrivò alle orecchie del re, il quale ordinò ai pescatori, che chiunque lo vedesse, di dirgli che il re voleva parlargli. Un giorno un pescatore, lo vide nuotare e lo chiamò, riferendo il messaggio del re. Cola nuotò verso il palazzo del re, ed il re gli disse che essendo un ottimo nuotatore, voleva che scoprisse cosa ci fosse nei fondali della Sicilia, Cola obbedì, si immerse e dopo poco tempo fu di ritorno al palazzo. Il ragazzo disse di aver visto tra i fondali, affiorare montagne, valli, caverne e pesci di mille colori. Cola però riferì di non aver visto i fondali del Faro, perché troppo profondi. Il re ordinò al ragazzo di scendere più a fondo e riferire cosa ci fosse, perché voleva sapere su cosa fosse sostenuta la città di Messina. Cola pesce, si immerse e dopo qualche giorno riemerse e disse al re che la città era sostenuta da tre colonne di cui una integra, una scheggiata ed una rotta. Esaudita la curiosità del re, costui volle che Cola Pesce lo seguisse fino a Napoli, per riferire cosa ci fosse sul fondo del vulcano. Cola si immerse e disse che aveva trovato, l’acqua fredda, l’acqua calda ed in fine sorgenti di acqua dolce. Il re, non credeva alle parole di Cola Pesce e gli diede delle bottiglie affinchè queste potessero essere riempite delle diverse tipologie di acqua. Cola tornò nel fondo del vulcano le riempì e le portò al re. Intanto la curiosità del re era tanta e voleva a tutti i costi sapere cosa ci fosse nei fondali del Faro e quanto esso fosse profondo. Entrambi tornarono a Messina e il re ordinò a Cola di scendere nuovamente tra i fondali, dopo due giorni riemerse, e disse di aver visto una colonna di fumo provenire da uno scoglio. Il re, che non stava nella pelle per la curiosità chiese a Cola di tuffarsi dalla cima della Torre Faro, che si ergeva sulla punta del capo Peloro. Cola si tuffò e riemerse dopo diversi giorni, era spaventato e pallido. I re gli chiese a cosa fosse dovuto quel pallore e Cola narrò di aver visto un pesce dalla bocca gigante, capace di mangiare un bastimento e che per sfuggire alle sue fauci, dovette nascondersi dietro una delle colonne che reggono la città. Il re rimase pietrificato dal racconto, ma la curiosità di sapere quanto profondo fosse il mare nella zona del Faro era troppa, e ordinò a Cola di ritornare in mare, ma il ragazzo era talmente terrorizzato che non volle più scendere, allorchè il re, prese la sua corona ricca di gemme preziose e la lanciò in acqua e disse a Cola di andarla a riprendere. Il ragazzo, senza esitare si gettò in acqua, poiché quella era la corona del Regno, ma disse al re di dargli delle lenticchie. Cola nel cuor suo sentiva di non riemergere più dall’acqua e il re gli chiese a cosa servissero delle lenticchie. Il ragazzo disse, Maestà, se vedrete risalire le lenticchie, vorrà dire che io non tornerò più in superficie. Vennero date le lenticchie al fanciullo che si immerse. Passavano i giorni e Cola non risaliva, fin quando un giorno, il re vide risalire a galla le lenticchie e da allora in poi molti aspettano ancora oggi che Cola risalga in superficie. Ma si dice che il ragazzo sia ancora sott’acqua a reggere Messina al posto di quella colonna che si ruppe. Chissà se un giorno scopriremo se questa è una leggenda.

Laura Gangemi