Giorno: marzo 15, 2011

Il Castello di Milazzo

Cuore della città e sua principale ragion d’essere, il Castello di Milazzo sorge in uno dei pochi luoghi del Mediterraneo ininterrottamente abitato da almeno cinquemila anni. La possente rocca naturale, da cui prese nome la città greca, aveva già visto fiorire le civiltà del neolitico, del bronzo e del ferro, e continuò ad essere fortezza di primaria importanza per il controllo della costa settentrionale della Sicilia e del suo mare sotto i Greci, i Romani e i Bizantini, anche se la natura rocciosa del suolo, il suo declivio e il suo sconvolgimento per la costruzione delle cinte bastionate non hanno lasciato traccia alcuna delle fortificazioni erette prima della conquista araba. Rimangono solo alcune interessantissime testimonianze di vita quotidiana: rinvenute casualmente entro il perimetro murario del maniero, attestano la presenza dell’uomo già in età classica. E’ il caso, ad esempio, della moneta rinvenuta recentemente nell’area antistante il monastero delle benedettine e raffigurante il dio Andranos (III a. C.), o di quella, risalente al medesimo periodo, un ippocampo al diritto ed una testa elmata al rovescio. Testimonianza di notevole valore storico che, unitamente ai numerosi cocci a vernice nera raccolti dal piano di calpestìo, rendono ormai indifferibile l’esecuzione di un’accurata campagna di scavi da parte della Sovrintendenza.
Il Mastio, che sorge sul punto più alto dello sperone roccioso a strapiombo sul mare e chiude un’ampia e ariosa corte, ha come suo nucleo più antico la Torre detta “Saracena” e come suo ambiente più pregevole l’elegante salone all’interno del quale si trova un possente camino. Iniziato forse sotto gli Arabi, ampliato dai Normanni, il Mastio assunse la sua struttura attuale (come rivelano le otto torri angolari e mediane) sotto Federico II di Svevia.
Alcuni dei conci in pietra lavica che ornano le strutture murarie delle torri e del salone recano ancora oggi i marchi dei lapicidi, geometrici contrassegni che consentivano di riconoscere – e conseguentemente controllare e remunerare – il lavoro dei singoli maestri impegnati nel cantiere milazzese. Successivamente, sotto gli Aragonesi, il Mastio normanno-svevo venne protetto dal tiro delle armi da fuoco attraverso la costruzione, nel corso del Quattrocento, della cinta bastionata che lo racchiude. Nel Cinquecento, infine, gli Spagnoli per proteggere la città e la costa dai pirati barbereschi che avevano saccheggiato le Eolie e la Calabria e per avere un’imprendibile fortezza da cui controllare Messina, innalzarono la poderosa cinta muraria contraddistinta dalle numerose caditoie un tempo destinate alla difesa piombante.
Con la costruzione della cortina cinquecentesca (cosiddetta “spagnola”) l’intero complesso fortificato assunse la fisionomia di una vera e propria città murata, entro la quale erano ubicati i palazzi del potere, dalla sede municipale agli uffici giudiziari, cinque-sei edifici di culto, oltre alla seicentesca chiesa madre, e le numerosissime abitazioni civili di coloro i quali dimoravano all’interno della città murata. Un complesso di fabbricati pubblici e privai del quale oggi, se si eccettuano l’antico Duomo e la seicentesca badia benedettina, non rimangono altro che i perimetri murari di base, solo in parte affioranti in superficie. Imponente e suggestiva ancora oggi, nonostante l’azione inesorabile del degrado, la cinta spagnola, che comprende la cortina e i due bastioni ad essa affiancati (denominati rispettivamente “di Santa Maria” e “delle Isole”), è il risultato della progettazione di alcuni dei migliori ingegneri militari del tempo. Tra questi, il bergamasco Antonio Ferramolino, al quale si deve la realizzazione di uno dei luoghi più affascinanti e suggestivi dell’intera città murata: la galleria di contromina del bastione delle Isole, un lungo e tenebroso cunicolo, ricavato nel perimetro murario dello stesso bastione, che aveva lo scopo di prevenire gli attacchi delle mine nemiche, ossia dei tunnel sotterranei realizzati dagli assedianti al fine di raggiungere la base delle fortificazioni onde collocarvi potenti cariche esplosive capaci di distruggerli.
Proprio per prevenire tali attacchi il Ferramolino consigliò la realizzazione di una galleria di contromina, dove l’assediato avrebbe pazientemente vigilato ascoltando l’eventuale approssimarsi dei colpi di piccone della costruenda mina nemica, che non appena intercettata, sarebbe stata prontamente neutralizzata. Questo complesso sistema di fortificazioni non venne mai espugnato: non ci riuscirono neppure gli Spagnoli, che l’avevano eretto, quando tentarono da qui di riconquistare la Sicilia perduta.  Nel luglio del 1860 il castello fu protagonista della sanguinosa battaglia di Milazzo, nella quale si scontrarono le truppe garibaldine e quelle borboniche.
Cominciò allora il declino della città murata: il Duomo, eretto a partire dal 1607 e caratterizzato da forti membrature di sapore michelangiolesco e da altari arricchiti da stupende tarsie marmoree, fu abbandonato al vandalismo e al degrado, mentre il Mastio diventava un carcere, rimanendo tale fino al 1960. E’ solo da poco più di un ventennio che la città ha cominciato a riappropriarsi di quello che un tempo era il suo cuore pulsante. In questo periodo, la realizzazione del teatro all’aperto, i restauri di parte del Mastio e dell’antico Duomo hanno rappresentato indubbiamente alcuni timidi ma comunque decisivi passi in direzione del recupero di una delle fortificazioni più importanti del Meridione.

San Sebastiano, Patrono di Tortorici

 

Il culto di S. Sebastiano è fortemente radicato a Tortorici. Nella documentazione storica, a partire dal 1600, il Glorioso Bimartire S. Sebastiano risulta Patrono Principale  e Protettore della Città di Tortorici. La sua cappella era nella Chiesa di S. Maria de Platea, mentre la confraternita aveva sede nell’oratorio di S. Sebastiano sito nel quartiere Spirito Santo. La Cappella era abbellita da due bellissimi candelabri in bronzo, opera dei fonditori Pietro e Fabio Pitrolo (1648), sopra l’altare ligneo c’era un quadro di S. Sebastiano, probabilmente opera del pittore oricense Giuseppe Tomasi, andato distrutto nel 1882 a causa di un incendio. Il culto e la festa del Santo, tranne poche variabili, sono segnati da una continuità storica nella liturgia, almeno negli ultimi quattrocento anni. Le epoche che hanno determinato radicali cambiamenti, non hanno sostanzialmente modificato il rito, segno evidente che le motivazioni del culto sono radicate e sedimentate nei sentimenti religiosi del popolo.
Ogni fedele si riconosce nel Santo Protettore al quale chiede la «Grazia», un miracolo; il voto lega il fedele sal Santo per tutta la vita: nudi a S. Sebastiano diventa un voto perpetuo. Nelle situazioni di bisogno e difficoltà, il fedele invoca il Santo promettendo questo segno penitenziale e devozionale, dovendo indossare l’abito bianco nelle feste e camminando a piedi nudi.
Il significato della festa di Maggio, come anche dell’ottava che si svolge a gennaio, va individuato nella tradizione storica che riteneva il Santo Bimartire, avendo ricevuto due volte il martirio. E le due feste simbolicamente ne ricordano i momenti (20 gennaio e 11 maggio).
A mezzogiorno inizia la Processione per le vie della Città, l’artistica vara è portata solo dai nudi, un privilegio ma anche un obbligo penitenziale. Al termine della questua c’è la Processione di saluto, le donne nude precedono la vara, mentre gli uomini nudi portano o seguono la stessa. Alla fine, il Santo rientra nella Chiesa di S. Maria salutando i fedeli con i tradizionali giri.