Giorno: marzo 7, 2011

La pesca del pescespada e del tonno nello Stretto di Messina

La “caccia” al pescespada nello Stretto di Messina ha origini antichissime. Alcuni reperti identificabili in vertebre di grossi animali marini quali tonno e pescespada sono stati rinvenuti in prossimità di un villaggio preistorico dell’età del bronzo insieme ad altre suppellettili e avanzi di cibo. Le testimonianze di questa attività nell’area dello stretto risalgono al XV secolo a. C.
Già ai tempi di Omero (X – IX secolo a. C.) era ben nota e descritta la pratica di pescare il pescespada con attrezzi specifici e imbarcazioni in grado di affrontare i pericoli dello Stretto di Messina. Per centinaia di anni la pesca tra le due sponde dello Stretto è stata condotta grazie al “luntro”, tipica imbarcazione a remi di modeste dimensioni ed equipaggio formato da sei o sette persone. Nel dopoguerra l’avvento della motorizzazione porta ad un rapido abbandono delle imbarcazioni tradizionali. Negli anni ’50 si pensa di applicare una passerella al vecchio luntro, innovazione che porterà alla creazione di un nuovo tipo di imbarcazione costruita appositamente e che si diffonde rapidamente in Calabria e in Sicilia. La pesca al pescespada vive una stagione di grande euforia che, putroppo, dura poco. In pochi decenni, infatti, l’eccessivo sfruttamento della risorsa grazie anche ad altri metodi di pesca non selettivi (reti “palamitare” e palangresi derivanti), rendono gradualmente antieconomica la pesca con le passerelle. Delle cento “passerelle” degli anni ’60 ne rimangono oggi soltanto otto sulla costa siciliana e solo alcune su quella calabra.
Un nuovo e corretto approccio mirato alla “sostenibilità” della risorsa vede oggi la rinascita di alcune attività (pesca-turismo, valorizzazione della risorsa locale e del territorio dal punto di vista gastronomico). Incentivare il consumo di pesce locale, proveniente da pesca rispettosa e selettiva, è l’obiettivo per una ottimale compatibilità tra risorse e territorio.
A circa trenta anni dalla chiusura dell’ultima tonnara della costa tirrenica del Messinese, ben poco rimane di questa tradizionale attività. Per pochi anziani solo memoria dei “tempi andati”. La prima e antichissima, quella del borgo marinaro di Tono, fu creata dai Musulmani. A seguire, decine di marinerie comprese tra Mortelle e Tusa diedero vita a tonnare e stabilimenti di trasformazione del pescato. Milazzo vanta la maggiore concentrazione di tonnare “scomparse”: ben 7 impianti su un totale di 50 in tutta la Sicilia. La storia e i personaggi si intrecciano in vicende regie, feudali ed ecclesiastiche coinvolgendo famiglie illustri e imprenditori potenti del passato.
Il tonno, pesce dalle carni pregiate e succulente ma dal rapido deperimento, doveva essere lavorato nel più breve tempo possibile. La salagione, l’affumicatura, l’essiccazione ed in tempi più recenti la conservazione sott’olio hanno permesso nei secoli la conservazione di grandi quantità di prodotto da destinare al commercio. Le complesse fasi che caratterizzarono questo tipo di pesca al tonno coinvolgevano decine di persone (fra queste il Rais o “capo tonnara”), parecchie imbarcazioni, reti e ingegnosi attrezzi artigianali. La famosa e spettacolare “mattanza” rappresenta il momento cruento e sanguinario della cattura con decine di pesci intrappolati senza nessuna possibilità di fuga. Il passaggio dei tonni mobilitava gli “uomini di paese” vicini e lontani, li trasformava da contadini e pastori in “tonnaroti” capaci di spendersi nel faticoso ma redditizio massacro. Dal 1800 in poi si assiste ad un lento ma inesorabile declino che porterà alla vera estinzione delle tonnare messinesi.
Come per il pescespada, l’eccessiva pressione esercitata con conseguente carenza di tonni insieme alle tecniche di pesca alternative, conducono gli armatori all’abbandono definitivo delle tonnare. Le odierne “tonnare volanti” (vere navi che impiegano le reti a circuitazione), i palangresi con migliaia di ami, gli strmenti e gli elicotteri per individuare i branchi di tonni, concorrono inesorabilmente alla riduzione della risorsa. La progressiva globalizzazione dei mercati e delle merci degli ultimi decenni ha reso economicamente conveniente asportare il tonno rosso di grossa taglia principalmente verso i mercati ricchi (Giappone in primo luogo) con conseguente scomparsa dai mercati locali.
La novità imprenditoriale degli ultimi anni consiste nell’allevamento dentro grosse gabbie in mare aperto degli esemplari catturati fino al raggiungimento della taglia richiesta dal mercato. Inoltre, in tal modo, si attende il momento favorevole per piazzare il prodotto secondo la legge della domanda-offerta.
La tradizione gastronomica siciliana, contaminata dalle tante dominazioni succedutesi nei secoli, vede il tonno protagonista in parecchie ricette da salvare.