L’Opera dei Pupi a Messina nel ‘900

L’opera dei pupi o teatro di marionette armate, in auge fin dal XIX secolo a Messina come nel resto della Sicilia, costituisce, nelle vicende che l’hanno caratterizzata durante lo scorso secolo, un ulteriore banco di prova per misurare in tutto il suo spessore la mutazione antropologica verificatasi circa cinquant’anni or sono nell’isola, e in questa città in modo virulento e con esisti particolarmente disastrosi. L’opra, affermatasi in Sicilia nei primi decenni dell’ottocento, segna in un certo senso una rivoluzione nelle modalità di conduzione delle forme di spettacolo popolare nell’isola. Nell’ultimo ventennio dell’ottocento, secondo quanto riferisce Giuseppe Pitrè, operavano a Messina due pupari: un tale Don Giovanni detto “lu foddi” attivo intorno al 1833 e operante in Via Alighieri n. 9, di cui Pitrè non fornisce altre indicazioni ma che dovrebbe essere Don Giovanni Grasso da Catania, fratello maggiore di Angelo Grasso e figlio del mitico Giovanni Grasso, primo iniziatore dell’Opera dei pupi in Sicilia. Pare infatti che, con l’apporto di Gaetano Crimi, i Grasso avessero impiantato il primo teatro di marionette a Messina già nel 1863-64, il famoso “Teatro Ariosto”, mantenendolo fino alla fine degli anni ’80. Pitrè menziona inoltre un secondo puparo, di cui non sa indicare il nome, e che si ipotizza possa essere individuato in Michele Insanguine, di origine napoletana ma poi transitato a Catania, e attivo anche a Messina in quel periodo. E’ peraltro da osservare che secondo una tradizione diffusa presso i pupari messinesi, sarebbe stato proprio un messinese, Don Micio Timpanaro, attivo a Napoli ancor prima dell’unità d’Italia, a trasmettere l’arte dei pupi a Giovanni Grasso; se tale dato risultasse confermato da ulteriori indagini d’archivio, Messina acquisterebbe un ulteriore titolo di merito nella storia del teatro popolare. A cavallo dei secoli XIX e XX furono molto noti Giovanni Bruno, detto “l’arginteri” forse per una parallela attività di indoratore, che teneva gli spettacoli vicino al cimitero, facendosi aiutare dalla figlia Caterina, trasferitosi molto più tardi a Reggio Calabria col puparo Natale Meli, e Don Peppino Grasso, figlio di Don Giovanni, che lavorò in stretto legame con il cartellonista Francesco Vasta e lo scultore di teste Paolo Marino. Dopo il terremoto del 1908 i pochi pupari messinesi sopravvissuti ripresero faticosamente la propria attività, tanto più apprezzata in una città che attraverso la formicolante vita in baracca cercava di ricostituire una identità fortemente messa a repentaglio dal sisma. Tra essi occorre ricordare almeno Pietro Morasca, inteso “u ‘Ccennaru” per l’attività parallela di venditore di fiammiferi, che si faceva aiutare dal figlio Alessandro. Costui divenne poi assai famoso come puparo, finendo col mitizzarsi ed entrando nell’immaginario collettivo dei messinesi (Don Lisciandru); egli operava in un locale di via Palermo che nel giro di trent’anni si trasformò dapprima in sala cinematografica (Cinema Garibaldi) e successivamente in salone teatro (Teatro Romolo Valli). Prima del terremoto peppino Meli, catanese d’origine ma messinese d’adozione, aveva divulgato lo spettacolo dei pupi a Reggio e in altri centri calabresi. Dopo circa un ventennio dalla sua morte, avvenuta nel 1908, il figlio Natale, ne continuò l’attività fino al 1960, facendo spola per alcuni decenni tra le due sponde dello stretto e proponendo spettacoli all’utenza di entrambe le regioni. In quello stesso volgere di anni operavano in ambito messinese, tanto in città che nei villaggi e qualche volta in provincia, anche i pupari Giuseppe De Salvo, chiamato ‘u immarutu per la sua gobba, e gestore di un teatrino a Contesse, e Don Antonio Panarello, la cui attività marionettistica venne sempre più modulandosi secondo la connotazione artistica dei cantastorie.
A ridosso della Prima Guerra Mondiale il Cav. Ninì Calabrese aprì il Teatro Nuovo dietro la Chiesa del Carmine di via Porta Imperiale con l’aiuto di suo zio Francesco, di Giuseppe Grasso e di Rosario Gargano, non chè non l’apporto di Saro Savasta che prestava la voce ai pupi femminili. Il Teatro Nuovo venne demolito nel 1939 in seguito alla morte del proprietario. I pupi di Calabrese, tra i più belli del tempo, finirono poi, dopo alcuni decenni, con l’essere acquistati dal Comune di Randazzo, che li possiede ancora mentre alcuni splendidi pezzi vennero recuperati da Antonio Pasqualino per il suo “Museo Internazionale delle Marionette”.
Rosario Gargano lavorò in proprio dal 1919 al 1935. Dal 1938 suo figlio Don Venerando Gargano ne continuò l’opera, dapprima al Rione Santa Marta, nella zona limitrova a Piazza del Popolo, poi al Rione Giostra, in quella che venne da tutti chiamata l’Arena Gargano, qui facendosi coadiuvare dalla sorella Tina e dal figlio Rosario. Prima del 1928 aveva operato in zona anche Luigi Sollima, utilizzando pupi di stretta produzione messinese, mentre i pupi di Gargano, come del resto la famiglia, provenivano dall’area etnea. L’Arena Gargano venne distrutta nella prima metà degli anni ’60 da un rovinoso incendio, ma prima di tale tragico evento nella zona di Giostra-Villa Lina i Gargano avevano avuto modo di appassionare almeno un paio di generazioni, rivaleggiando col teatrino di Ettore Cortese, valente puparo che operava nella parte alta del torrente Giostra, facendosi coadiuvare dalla sorella, abile parlatrice.
Nel periodo precedente la seconda guerra mondiale, si possono ancora ricordare Orazio Cambria, la cui attività fu proseguita dai figli Domenico, grande oprante, e Giuseppe Cambria, nonchè dai nipoti entrambi figli di Domenico, Orazio e Antonina Cambria, quest’ultima appassionata parlatrice, che ebbe modo nell’arco di alcuni decenni, prima e dopo la Seconda Guerra Mondiale, di lavorare con i più valenti pupari del tempo (E. Cortese, E. Mezzasalma, V. Gargano, N. Meli, e addirittura, prima della sua morte, con Don Lisciandru Morasca). Tutti questi pupari furono abili costruttori di pupi, a volte anche pittori di cartelloni sebbene preferissero affidare i lavori più impegnativi ad artigiani di provata esperienza nel settore decorativo come i pittori di cartelloni Astuto, Marrale e Vasta.

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