L’architettura di Gino Coppedè a Messina

L’architetto Gino Coppedè giunse a Messina nel 1913, quando era in atto la piena ricostruzione del post-terremoto, dedicandosi alla progettazione di Palazzo Tremi, Palazzo Bonanno, in ultimo Palazzo e Villa Costarelli, con “La Ditta Bancaria Fratelli Cerruti” come committente principale. Durante questi anni stava lavorando a Roma per le costruzione del Quartiere Coppedè. La Villa Costarelli, che pare fosse lussuosissima, di cui non è rimasta traccia, sorgeva nella zona di Villa Luce sulla sponda sinistra del Torrente Annunziata, venne realizzata nel 1912 circa, ed è stata vergognosamente demolita. Palazzo Costarelli, ancora esistente in Via Tommaso Cannizzaro, angolo via Ugo Bassi, fu realizzato anch’esso nel 1913, oggi si presenta totalmente ristrutturato e conserva pochi elementi, ormai fatiscenti, del suo stato originario, nelle finestre al primo piano, e in alcuni brani decorativi sulla facciata prospiciente su Via Tommaso Cannizzaro.
Il Palazzo Bonanno, invece, venne costruito nello stesso anno per Orazio Bonanno, Armatore Navale, lungo il viale della Libertà nei pressi della Fiera di Messina. Questo edificio è tenuto in buono stato di conservazione, probabilmente perchè rimasto di proprietà privata nel corso degli anni.
Nel 1913-14, invece, Coppedè progettò il suo capolavoro messinese: Palazzo Tremi nell’isolato 99 di Via Risorgimento, per il Colonnello dei Carabinieri Vittorio Emanuele Tremi e la moglie Maria Lepetit; l’edificio venne anche detto “Palazzo del Gallo” perchè un tempo, sul terrazzo, vi si trovava un’antenna in ferro battuto con una banderuola raffigurante un gallo, elemento decorativo che ricorre nelle architetture di Gino Coppedè.
Questo palazzo fu costruito dall’impresa Ferrobeton con intelaiatura strutturale portante in cemento armato (sistema Waiss e Freutag), il palazzo nel 1950 venne modificato con la sopraelevazione di un piano. L’edificio è scandito in facciata dall’evolversi di bassorilievi che coronano le aperture del piano terra e del primo piano; alle decorazioni cementizie si alternano i graffiti raffiguranti scene mitologiche. Da circa venti anni, il palazzo è stato soggetto ad un intervento di restauro che, ricoprendo la superficie pittorica (trattata a graffito), non è stato puntuale, ha appesantito ulteriormente la consistenza dei colori, falsandoli, ed alterandone la percezione.
Dal 1915 al 1919, il Coppedè realizzò per la ditta Fratelli Cerruti, due edifici dell’isolato 319 (comparti III e IV bis) di Via Garibaldi. Il primo intorno al 1915-16, collocato di fronte al settore absidale del Duomo, in seguito (nel 1975) sopraelevato di un piano. Del III comparto, i prospetti su Via Garibaldi e Via Loggia dei Mercanti vennero caratterizzati da finestre sormontate da timpani triangolari e da esuberanti decorazioni (riquadri plastici a bassorilievo, protomi, leonine, balconi balaustrati con colonnine e festoni, mensoloni, paraste decorate, mascheroni a grottesca), frequenti nel repertorio dell’Architetto Coppedè (vedi ad esempio, il Quartiere Romano). Analoghi contenuti stilistici e formali si riscontrano nel secondo edificio realizzato per i Cerruti, costruito nel 1918-19 dalla Società Imprese Edilizie Meridionali.

Palazzine nel Quartiere Coppedè a Roma

L’isolato 314 che ricade sulla Via Garibaldi, a nord della Chiesa dell’Annunziata dei Catalani. Il palazzo si impone all’attenzione per la capricciosa e fantasmagorica decorazione, estremamente minuta e traforata quasi come un merletto specialmente nei balconi: richiami medioevali (le tettoie lignee di coronamento con sovrastanti merlature) si alternano a citazioni quattrocentesche (gli archi inquadrati da cornici rettilinee e peducci), moresche, manieriste e liberty, in un misto di eclettismo che trova le sue note più alte nelle tessiture in sottili laterizi e nell’estrema plasticità dell’intaglio. L’ultima opera di Gino Coppedè è l’isolato 312, in origine, parzialmente destinato alla sede del Banco Cerruti; questo fu realizzato nel 1925 dall’impresa Giordano, e venne successivamente sopraelevato di un piano, per tutta la pianta triangolare i prospetti si affacciano su Via Garibaldi e Via Cardines.
L’edificio era caratterizzato dalle piccole tettoie aggettanti sopra l’ingresso principale e dal terrazzino angolare (oggi tamponato) dove si trovava un bassorilievo raffigurante il Leone di San Marco.
Le facciate erano decoratissime, con balaustre merlate e doccioni zoomorfi. Una rara fotografia dell’epoca mostra, nella sua interezza, il prorompente apparato decorativo. Con questa architettura si chiude la parentesi messinese di Gino Coppedè: l’architetto a 59 anni, e proprio nella nostra città, realizzò le sue ultime opere, riuscendo, anche tra le restrizioni imposte dai dettami antisismici, ad esemplificare ironicamente le sue soluzioni decorative.

One comment

  1. quella del Coppedè,credo sia stata la pagina più bella della ricostruzione,post terremoto,insieme al salvataggio ricostruzione o restauro di alcuni beni ecclesiastici,promossa da mons. Paino.
    Il quartiere Coppedè a Roma,fu ridimensionato nella estenzione originaria ideata dal grande architetto,dal regime fascista poichè quello stile ricco e fantasioso,non era compatibile con lo stile del Regime,e quindi Coppedè fu oscurato.
    Di chi è l’articolo,complimenti…..

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