Giorno: marzo 5, 2011

L’architettura di Gino Coppedè a Messina

L’architetto Gino Coppedè giunse a Messina nel 1913, quando era in atto la piena ricostruzione del post-terremoto, dedicandosi alla progettazione di Palazzo Tremi, Palazzo Bonanno, in ultimo Palazzo e Villa Costarelli, con “La Ditta Bancaria Fratelli Cerruti” come committente principale. Durante questi anni stava lavorando a Roma per le costruzione del Quartiere Coppedè. La Villa Costarelli, che pare fosse lussuosissima, di cui non è rimasta traccia, sorgeva nella zona di Villa Luce sulla sponda sinistra del Torrente Annunziata, venne realizzata nel 1912 circa, ed è stata vergognosamente demolita. Palazzo Costarelli, ancora esistente in Via Tommaso Cannizzaro, angolo via Ugo Bassi, fu realizzato anch’esso nel 1913, oggi si presenta totalmente ristrutturato e conserva pochi elementi, ormai fatiscenti, del suo stato originario, nelle finestre al primo piano, e in alcuni brani decorativi sulla facciata prospiciente su Via Tommaso Cannizzaro.
Il Palazzo Bonanno, invece, venne costruito nello stesso anno per Orazio Bonanno, Armatore Navale, lungo il viale della Libertà nei pressi della Fiera di Messina. Questo edificio è tenuto in buono stato di conservazione, probabilmente perchè rimasto di proprietà privata nel corso degli anni.
Nel 1913-14, invece, Coppedè progettò il suo capolavoro messinese: Palazzo Tremi nell’isolato 99 di Via Risorgimento, per il Colonnello dei Carabinieri Vittorio Emanuele Tremi e la moglie Maria Lepetit; l’edificio venne anche detto “Palazzo del Gallo” perchè un tempo, sul terrazzo, vi si trovava un’antenna in ferro battuto con una banderuola raffigurante un gallo, elemento decorativo che ricorre nelle architetture di Gino Coppedè.
Questo palazzo fu costruito dall’impresa Ferrobeton con intelaiatura strutturale portante in cemento armato (sistema Waiss e Freutag), il palazzo nel 1950 venne modificato con la sopraelevazione di un piano. L’edificio è scandito in facciata dall’evolversi di bassorilievi che coronano le aperture del piano terra e del primo piano; alle decorazioni cementizie si alternano i graffiti raffiguranti scene mitologiche. Da circa venti anni, il palazzo è stato soggetto ad un intervento di restauro che, ricoprendo la superficie pittorica (trattata a graffito), non è stato puntuale, ha appesantito ulteriormente la consistenza dei colori, falsandoli, ed alterandone la percezione.
Dal 1915 al 1919, il Coppedè realizzò per la ditta Fratelli Cerruti, due edifici dell’isolato 319 (comparti III e IV bis) di Via Garibaldi. Il primo intorno al 1915-16, collocato di fronte al settore absidale del Duomo, in seguito (nel 1975) sopraelevato di un piano. Del III comparto, i prospetti su Via Garibaldi e Via Loggia dei Mercanti vennero caratterizzati da finestre sormontate da timpani triangolari e da esuberanti decorazioni (riquadri plastici a bassorilievo, protomi, leonine, balconi balaustrati con colonnine e festoni, mensoloni, paraste decorate, mascheroni a grottesca), frequenti nel repertorio dell’Architetto Coppedè (vedi ad esempio, il Quartiere Romano). Analoghi contenuti stilistici e formali si riscontrano nel secondo edificio realizzato per i Cerruti, costruito nel 1918-19 dalla Società Imprese Edilizie Meridionali.

Palazzine nel Quartiere Coppedè a Roma

L’isolato 314 che ricade sulla Via Garibaldi, a nord della Chiesa dell’Annunziata dei Catalani. Il palazzo si impone all’attenzione per la capricciosa e fantasmagorica decorazione, estremamente minuta e traforata quasi come un merletto specialmente nei balconi: richiami medioevali (le tettoie lignee di coronamento con sovrastanti merlature) si alternano a citazioni quattrocentesche (gli archi inquadrati da cornici rettilinee e peducci), moresche, manieriste e liberty, in un misto di eclettismo che trova le sue note più alte nelle tessiture in sottili laterizi e nell’estrema plasticità dell’intaglio. L’ultima opera di Gino Coppedè è l’isolato 312, in origine, parzialmente destinato alla sede del Banco Cerruti; questo fu realizzato nel 1925 dall’impresa Giordano, e venne successivamente sopraelevato di un piano, per tutta la pianta triangolare i prospetti si affacciano su Via Garibaldi e Via Cardines.
L’edificio era caratterizzato dalle piccole tettoie aggettanti sopra l’ingresso principale e dal terrazzino angolare (oggi tamponato) dove si trovava un bassorilievo raffigurante il Leone di San Marco.
Le facciate erano decoratissime, con balaustre merlate e doccioni zoomorfi. Una rara fotografia dell’epoca mostra, nella sua interezza, il prorompente apparato decorativo. Con questa architettura si chiude la parentesi messinese di Gino Coppedè: l’architetto a 59 anni, e proprio nella nostra città, realizzò le sue ultime opere, riuscendo, anche tra le restrizioni imposte dai dettami antisismici, ad esemplificare ironicamente le sue soluzioni decorative.

Il Cardinale Giuseppe Guarino

Protagonista della Chiesa messinese del XIX secolo fu senza dubbio il Cardinale Giuseppe Guarino, arcivescovo di Messina dal 1875 fino alla morte avvenuta nel 1897. Ci troviamo di fronte ad un uomo con qualità non comuni. Nato a Montedoro (Cl) nel 1827. La sua formazione, nella Sicilia pre-unitaria, è segnata dagli studi di morale, di diritto canonico e di diritto pubblico condotti presso il prestigioso collegio dei Santi Agostino e Tommaso di Agrigento. Gli incarichi di responsabilità ricoperti a Palermo, prima presso il Tribunale di Regia Monarchia e Apostolica Legazia, poi nella Segreteria di Stato dell’allora Regno delle due Sicilie ed infine presso il Dicastero degli Affari Ecclesiastici della Luogotenenza di Sicilia, gli consentono di acquisire una profonda conoscenza dei problemi del tempo. Sempre a Palermo dal 1857 è nominato canonico beneficiale della Basilica Costantiniana della Magione, dignità che tuttavia gli porta ben pochi vantaggi economici perché le rendite di quella chiesa erano state incamerate dal governo ed assegnate come appannaggio ad un principe della famiglia reale. Dopo la formazione dello Stato unitario rifiuta la proposta di un incarico governativo nella nuova capitale Torino.
Libero da incarichi istituzionali si dedica quindi ad un’intensa attività pastorale e diviene uno dei membri del clero “zelante” palermitano che in quegli anni difficili, nella fedeltà alla Santa Sede, si prodigava in un impegnato apostolato culturale e Sociale. Nunzio Russo e il beato Giacomo  Gusmano, fondatore dell’opera del “Boccone del Povero”, sono forse solo i più conosciuti membri di quel clero palermitano che vede in Giuseppe Guarino uno dei suoi animatori. Da diversi articoli pubblicati sulla rivista “Il Presente” è possibile dedurre la posizione dell’allora canonico Guarino su questioni delicate e fondamentali, come il rapporto tra Stato e Chiesa, la questione delle regalie, ma anche riguardo il progresso morale e la critica ai filosofi illuministi. Segno del suo apostolato culturale è la fondazione, fatta assieme ad altri preti “zelanti” della rivista “La Santa Eucaristia”.
Nel 1871 inaspettatamente riceve la nomina ad Arcivescovo di Siracusa. In quella Arcidiocesi si prodiga fin da subito per contrastare il processo di scristianizzazione della società. Suo strumento prediletto per l’apostolato è la catechesi. A Siracusa viene anche contrastato dal potere civile ed è costretto persino ad abbandonare il palazzo arcivescovile. Nel 1875 viene nominato Arcivescovo di Messina, e in questa  diocesi resterà fino alla morte distinguendosi con le sue opere tanto da ottenere persino la stima degli anticlericali, come dimostrano gli articoli dei giornali laicisti, e da guadagnarsi una fama di santità che ha portato, seppure con  ritardo, all’apertura di un processo di beatificazione ancora in corso. A Messina si distingue quindi per le sue instancabili opere di carità, per la formazione di un seminario da cui uscirà il canonico Annibale Maria di Francia. Nel 1883 il Papa lo nomina Amministratore Apostolico della Prelatura nullius di Santa Lucia del Mela e Archimandrita del Santissimo Salvatore di Messina.
Durante l’epidemia di colera del 1887  personalmente si reca per le strade a confortare e assistere, anche spiritualmente, i moribondi, dove nessuno osa andare per paura del contagio. In quell’occasione riceve la medaglia d’argento al valor civile che vende, donando il provento ai poveri.
Giuseppe Guarino è amico anche di San Giovanni Bosco ed è il principale artefice della venuta dei Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice nella sua diocesi e in Sicilia. Nel 1888 fonda a San Pier Niceto la congregazione delle Piccole Serve della Sacra Famiglia, congregazione ancora oggi attiva e vitale con il nome di Apostole della Sacra Famiglia. Nel 1891 diviene segretario della Conferenza Episcopale sicula e nel 1893 papa Leone XIII lo eleva alla porpora cardinalizia con il plauso di tutta la cittadinanza e dell’episcopato siciliano. Nonostante una malattia che lo rende infermo fin dal 1895, continua a esercitare con grande zelo il suo compito fino alla morte nel 1897. E’ dapprima seppellito nel cimitero di Messina per essere traslato nel 1905 nella Cattedrale a seguito di una petizione sottoscritta da numerosi fedeli che per l’occasione organizzano e danno vita a una serie di manifestazioni. Dal 1983 il suo corpo riposa nella cappella della casa generalizia delle Apostole della Sacra Famiglia a Messina.

Antonino Teramo