Giorno: marzo 2, 2011

Prostituzione Sacra a Messina?

Il culto di Venere a Roma assunse caratteri greci quando per la prima volta i romani guidati da Appio Claudio giunsero in Sicilia e come prima città liberarono e occuparono Messina.
La Venere siciliana, citata da diversi autori della classicità, possedeva una particolarità: il culto prevedeva l’unione sessuale tra le sacerdotesse del tempio e gli stranieri di passaggio, ma anche dei cittadini stessi in cambio di offerte.
L’unione sessuale doveva servire ad unire l’uomo alla divinità facendolo sentire in comunione con essa, aumentandone il fattore spirituale.
In effetti praticare l’atto sessuale all’interno di un tempio, nel silenzio mistico della vastità del luogo e circondato dalle ombre proiettate dalle enormi colonne, in un’atmosfera assolutamente  sacra, il rapporto sessuale doveva davvero prendere un significato diverso dal consueto.
Una cultura lontana nel tempo per noi che viviamo in una società che si regge sui principi del monoteismo. La donna nel corso della storia ha assunto diversi significati per l’uomo e ha rappresentato la bellezza, l’amore, il rifugio e per alcuni artisti anche fonte d’ispirazione. Se pensiamo poi che nella lirica dantesca la donna raggiunge il culmine della sua importanza divenendo un angelo e agisce da tramite tra Dio e l’uomo, dove però il legame è puramente sentimentale, la prostituzione sacra ci appare come una forma pagana molto lontana nel tempo.
La Venere siciliana fu soprattutto nota come la Venere Ericina poiché secondo la tradizione storiografica la prostituzione Sacra venne praticata sul monte Erice, oggi in provincia di Trapani.
Questa pagina della nostra storia è molto importante perché la prostituzione Sacra in occidente era molto rara, molto più comune in oriente dove era praticata dai babilonesi con il culto della dea Ishtar e prima di loro dai sumeri con la dea Inanna.
Tuttavia come sopra accennato il culto della Venere ericina era indicato da Cicerone come Venere siciliana ciò ad indicare che quel genere di culto era abbastanza diffuso in terra siceliota.
Occorre però subito essere chiari nell’affermare che oltre che in Erice ufficialmente il culto in questione non è mai stato attestato in altri luoghi di Sicilia. E’ altrettanto vero però che la prostituzione rituale è stata accertata da fonti e ritrovamenti archeologici nella vicina Calabria e più esattamente a Locri Epizefiri, fiorente colonia fondata nel VII a.C. da coloni locresi.
La prostituzione rituale era anche praticata nella città etrusca di Pyrgi e a Corinto dove addirittura secondo Strabone vi  esercitavano mille ierodule (schiave sacre).
Una città marinara, quale Zancle era, che viveva di traffici commerciali, che attraversava svariate rotte marittime e i cui affari toccavano sicuramente tutti i territori della Magna Grecia non poteva non essere venuta a contatto con questo culto.
Il saggista Michele Fabbri in un articolo dal titolo La prostituzione sacra nell’Italia antica spiega così l’origine della prostituzione Sacra: Nelle religioni pagane c’erano rituali che prevedevano matrimoni sacri celebrati nei templi, orge sacre che propiziavano la fertilità dei campi, riti iniziatici e culti misterici a sfondo erotico. Queste cerimonie religiose erano il retaggio delle epoche  preistoriche, nelle quali si praticava il culto della Grande Dea che lascia intuire il significato magico e mistico che le popolazioni preistoriche attribuivano alla figura femminile, al punto che le prime organizzazioni sociali si presentano con evidenti caratteri matriarcali.  Con l’avvento di forme sociali più complesse e con l’arrivo dei popoli indoeuropei, le divinità maschili si manifestano con caratteri eroici e guerrieri e quelle femminili assumono caratteri erotici più spiccati: si introducono così elementi di forte differenziazione sessuale.
Nel tempo le unioni sacre vennero istituzionalizzate nella prostituzione rituale che poteva assumere significati diversi a seconda del tempo e della civiltà che la praticava. Per alcuni popoli infatti l’unione sacra era ierogamica, avveniva cioè solo tra il re e la sacerdotessa del tempio per assicurare fertilità alle proprie terre. Per altri popoli invece l’unione sessuale accomunava qualsiasi cittadino volesse riscoprire questa particolare elevazione spirituale unendosi alle ierodule.
I culti monoteistici ebraici prima, cristiani e musulmani poi, combatterono la prostituzione rituale fino a sopprimerla, un esempio lo troviamo nell’Antico Testamento in Deuteronomio (c.23 vv.17-18 secondo la versione della Diodati).
Come vennero a contatto i Greci con la prostituzione rituale che è chiaramente un culto proprio di civiltà matriarcali e orientali?
Gli studiosi hanno proposto due ipotesi; la prima concerne il contatto che ebbero le colonie d’ Asia minore con i popoli confinanti. La seconda riguarda l’incontro con la cultura sicula che i greci conobbero colonizzando la Sicilia e la vicina Calabria.
Molti storici infatti considerano la civiltà sicula matriarcale. Anche la frequentazione fenicia con la Sicilia occidentale dovette sicuramente portare il culto della prostituzione rituale. La città etrusca di Pyrgi sopra citata venerava proprio la dea fenice Astarte.
Nel particolare a Messina conserviamo il ricordo di ben quattro templi dedicati a Venere. Uno sito presso l’attuale Chiesa S. Caterina Valverde e ricordata da una lapide andata distrutta insieme alla precedente chiesa col terremoto del 1908.
Un altro tempio sorgeva vicino l’incrocio tra la Via Ventiquattro Maggio e F. Bisazza, presso l’odierna Chiesa di S. Teresa, nel fabbricato ex Conservatorio delle Vergini Riparate.
Questo conservatorio ha origini antichissime e non possiamo stabilire la datazione precisa che si perde nel tempo. Poiché dall’affermarsi del cristianesimo i luoghi, un tempo adibiti al profano o alla prostituzione sacra, furono riconvertiti nel loro opposto, può darsi che per fare perdere la memoria di quanto sporco, secondo il cristianesimo, avvenisse presso questo tempio fu poi creato il sopra citato conservatorio per le vergini bisognose.
Sappiamo infatti con certezza che molti riti e culti pagani furono riconvertiti nel cristianesimo e sovrapposti nel culto per la Madonna.
In Sicilia c’era un grande bisogno di trovare una figura femminile che potesse soppiantare le precedenti per agevolare la conversione cristiana.
Un altro tempio poi riconvertito al culto di Nettuno si trovava nella zona della Torre Vittoria, ai piedi della Caperrina. E la memoria di un artemision è riconducibile al colle del Tirone dove per altro sono stati recuperati resti di un lupanario che testimonierebbe la vicinanza di prostitute vicino ad un’area sacra consacrata proprio a Venere.
Un altro tempio dedicato ad Artemide Facelide fuori città era collocato nei pressi di Milazzo.
E’ possibile quindi che in almeno uno di questi templi venisse praticata la prostituzione Sacra.
In epoche più antiche la prostituzione rituale era praticata anche nei templi dedicati alla dea  Madre, dea della terra e quindi del raccolto, che in ambiente siculto-greco era identificata con Demetra e le deità locali. In particolare a Messina erano noti i culti della ninfa Messana e delle ninfe Pelorias, i cui templi però non sappiamo ove erano collocati. Non sappiamo quando furono innalzati, sappiamo però che l’influsso delle deità egeo-cretesi con i loro riti e culti, per via dei traffici su per il Tirreno toccarono le sponde dello stretto fin dal XIV a.C. quando in Zancle c’erano i Siculi.
E il pantheon egeo-cretese era proprio composto dal culto per le sirene, Venere e Demetra, ma anche di tante altre divinità. E’ proprio Diodoro Siculo a confermarci che il culto per la dea Demetra  era già in auge prima della venuta dei coloni greci in Sicilia.
Quindi probabilmente per secoli la prostituzione sacra venne praticata a Messina, non sappiamo esattamente quando questo culto venne sepolto, nascosto o riconvertito nel suo opposto dal cristianesimo.
Nei primi secoli d.C., pur formandosi una numerosa comunità cristiana tramite la predicazione del Vangelo, i culti pagani non scomparvero ma perdurarono per alcuni secoli. Il cristianesimo in occidente e l’islam nel medio-oriente misero
col tempo fine alla prostituzione Sacra che prenderà invece uno sviluppo particolare nella civiltà dell’Indo e della Cina.

Antonino Romeo

La ricostruzione fascista di Messina

A dieci anni dal terremoto, più precisamente sul finire del 1918 Messina era ancora una città quasi esclusivamente baraccata, erano stati costruiti soltanto qualche decina di palazzi tra pubblici e privati e decine di migliaia di
messinesi vivevano in condizioni pietose: in baracche di legno spesso attraversate da canali di scolo e da fessure che mostravano ai passanti l’interno dei loro vani. Il Parlamento aveva disposto l’erogarsi di un addizionale di 18 milioni di lire, poi con Bonomi divenuti 40 milioni nel 1921, ma essendosi interrotti i lavori di ricostruzione all’inizio della Grande Guerra, Messina era stata dimenticata e il Governo reputò più opportuno guarire le ferite della patria che erano appena state causate dalla guerra anziché curarsi delle città terremotate.
In questo stato versava la città quando il nuovo capo del Governo e Duce del fascismo, Benito Mussolini, giunse a Messina. Era il 22 giugno 1923 e quel giorno dal balcone della Prefettura così si rivolse ai messinesi: “Messina deve
completamente risorgere e tornerà bella, grande e prospera com’era una volta. Non è soltanto un interesse messinese o siciliano; è un interesse di ordine squisitamente nazionale”.
Il 5 settembre il Consiglio dei Ministri prendeva in esame ed approvava  vari schemi di decreto compilati dai Ministri delle Finanze e dei Lavori Pubblici per la ricostruzione di Messina e Reggio.
Il verbale di quella seduta così spiegava la ragione del provvedimento: “A tali operazioni lo Stato destina cinquecento milioni che ripartisce in sette esercizi distribuendoli in modo che le maggiori disponibilità ricadano nel periodo in cui prevedibilmente verrà a completarsi il maggior numero di quelle costruzioni che è intenzione di questo provvedimento di stimolare ed agevolare”.
Lo stesso giorno il Capo del Governo si compiaceva di annunciare ai messinesi le deliberazioni adottate col seguente telegramma, diretto al Prefetto della Provincia: “A dimostrazione della sollecitudine che il governo prende per la
ricostruzione di queste nobili regioni e in conformità delle assicurazioni da me personalmente date, il Consiglio dei Ministri ha nella odierna seduta deliberato di destinare alla ricostruzione degli edifici privati la somma di 500 milioni da erogarsi in sette anni”.
Il cambiamento fu radicale e la venuta di Mussolini rappresentò la svolta definitiva della rinascita di Messina.
Quando nell’agosto del 1937 il fondatore del secondo impero di Roma giunse di nuovo a Messina, dall’alto di un podio fatto appositamente costruire per lui dirimpetto al Municipio, così disse: “Messina è risorta, però obbedendo a quell’impulso di sincerità che non ci deve mai abbandonare perché siamo come siamo, fascisti, ho visto venendo dal mare un ciglione dove esistono ancora delle baracche. Ora io vi dico che porremo assolutamente fine e nel termine più rapido possibile a questi residuati che devono assolutamente scomparire perché voi dovete abitare nelle case vere di un popolo civile e di un alta civiltà quale voi siete. Ora io vi dico che non è assolutamente più possibile che i fanti eroici della peloritania siano costretti a confronti che li fanno umiliare! Come per la grande stazione marittima e terrestre, per la quale ho stabilito la data di inaugurazione, 28 ottobre del 1939, così io vi dico che per la stessa epoca non ci saranno più baracche a Messina!”
Agli inizi del ’40 Messina era una città completamente ricostruita, non vi erano più baracche, i palazzi avevano sostituito le infami dimore, erano stati costruiti 500 isolati che facevano riferimento a ben 6000 alloggi, la ferrovia era stata completata già nell’Ottobre del ’39 come promesso da Mussolini qualche anno prima e la Fiera, secolare tradizione messinese che aveva avuto il suo massimo splendore nel ‘500 e nel ‘600, era stata riaperta.
Messina fu la prima città dove fu sperimentato per la prima volta il cemento armato.
Tra le opere più importanti che vennero compiute ricordiamo l’elegante Palazzo di Giustizia dell’Arch. Piacentini, la nuova cortina del porto che comprendeva 13 isolati con due meravigliosi affacci a mare, quello di piazza Municipio e
quello di piazza Prefettura, tra i cui progettisti occorre non dimenticare gli architetti Raffaele Leone, Giuseppe Samonà e Guido Viola. Prima del sisma esistevano a Messina 129 chiese e le più antiche risalivano al XII secolo. In esse si trovava distribuito un patrimonio notevole di pitture e di sculture accumulate nei precedenti secoli ed alcune per il loro spiccato valore artistico erano state insignite del privilegio di essere annoverate fra i monumenti nazionali. Grazie alla mediazione dell’Arcivescovo Angelo Paino e alla sua stretta amicizia col capo del Governo Benito Mussolini Messina riebbe gran parte delle sue chiese tra le quali la Chiesa dei Catalani, il Duomo e la Chiesa S. Maria Alemanna. E proprio l’Arc. Paino si premurò di riunire tutto il patrimonio artistico salvatosi dal sisma nella Chiesa di S. Maria Alemanna, oggetti di elevato pregio storico e artistico che vennero poi portati nell’attuale sede del Museo Regionale di Messina. Infine, sul finire degli anni ’30, quasi per esorcizzare un eventuale nuovo terremoto, fu costruita sulla
estremità della penisoletta di S. Ranieri la stele della madonnina del porto con un iscrizione che ricorda la tradizione popolare secondo la quale la madre di Gesù protegge perpetuamente le sorti della città:
VOS ET IPSAM CIVITATEM BENEDICIMUS.

Antonino Romeo