Mese: marzo 2011

La Costardella dello Stretto di Messina

Pesce beloniforme (scombresoxaurus) della famiglia Scombresocidi caratterizzato da corpo affusolato e allungato da un becco. Lungo oltre 30 cm, presenta colorazione verde con riflessi blu sul dorso, mentre il ventre è argenteo. Si nutre esclusivamente di platon. E’ oggetto di pesca speciale per le sue carni pregiate: viene anche attirato dalle luci delle lampare e nello Stretto di Messina era catturato frequentemente con rete di circuizione con l’ausilio di una barca principale (raustina) e di una più piccola (luntru, usata come punto di partenza di arrivo nella cicuizione); un’altra barca (bacca ‘i stagghiu) veniva usata per tagliare la strada al banco e da cui venivano lanciati sassi bianchi per impaurire e fermare la corsa dei pesci.
Nello Stretto di Messina le uova di questa specie si pescano nei mesi da novembre a gennaio e nel golfo di Napoli dal mese di ottobre a dicembre. Nel gennaio-marzo già si trovano stadi giovanili lunghi 12-25 mm. In questi stadi non si nota ancora la presenza del becco che incomincia a svilupparsi solo quando hanno raggiunto i 40 mm.

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Anche tra i pesci esistono distinzioni, privilegi, gerarchie. La costardella, per esempio, se le si dovesse riconoscere uno status sociale, certamente finirebbe ad ingrossare la massa proletaria. Primo, perchè costa relativamente poco. Secondo, perchè la sua carne, saporitissima e fragrante, presenta al gusto qualcosina che non si addice del tutto ai palati delicati, quelli che puntano, sempre e dovunque, al pesce da taglio, al pesce grosso.
La costardella è piccola, fa parte dell’azzurro, è guizzante. L’aspetto richiama in piccolo, anzi in minimo, il pesce spada. Anch’essa si allunga e si assottiglia in punta di siluro. La qualità più prelibata è naturalmente quella dello Stretto. Al riguardo c’è da spendere una parola. Tutti i pesci che frequentano lo Stretto, a detta di chi se ne intende, pescatori e pescivendoli, sono di qualità diversa, superiore. Il pesce spada è inarrivabile perchè le acque, fatte sempre nuove dalle fortissime correnti, lo lavorano ai fianchi, lo levigano, lo tengono in strenuo esercizio: nulla a che vedere con quei mari caldi e stagnanti dove il pesce si dà a dolce vita e il risultato è carne flaccida, che sa di nulla. I pesci dello Stretto sono agili, scattanti, sodi come atleti. La costardella è tra questi.
Nell’immediato dopoguerra, quando le risorse dei ceti popolari non erano floride (quando mai lo sono state?), la costardella, d’estate, era la manna che veniva dal mare. E quando la pesca era particolarmente abbondante, il vocio delle strade non aveva nulla di petulante, era festa, un dilagare di contentezza. I pescivendoli non usano più bilance e stadere, buttano via tutto: gli si dà un piatto, e loro te lo ricolmano di pesce. Cento lire a piatto.
La costardella è duttile. Puoi trattarla in mille modi. Ma, com’è in ogni cosa, anch’essa, “ha la sua morte”. E la morte sua è la frittura. Frittura, si capisce, d’olio d’oliva se intendi esaltarne il gusto, rallegrarti del suo aroma: in questo è selettiva ed esigente, e non ammette altri oli, aborre i futili oli di semi.
Qualche volta si affaccia, un po’ timida in verità, la domanda se nella evangelica moltiplicazione dei pani e dei pesci ci fosse un posto per l’umile costardella. Piace immaginare che un posto per lei doveva pur esserci. E sfamare cinquemila persone anche a costardelle doveva, potrebbe essere cosa non da poco, un tripudio per tutti.

I Crocifissi messinesi del XV e XVI secolo

Bottega del Pilli, Crocifisso, sec. XVI (prima del restauro). S. Filippo Superiore - Messina - chiesa parrocchiale

L’uso di ornare le chiese e principalmente l’arco trionfale delle cattedrali con croci dipinte o a rilievo, trova una grande fioritura in Sicilia nel corso del XV secolo e nella prima metà di quello successivo.
Il Crocifisso a rilievo, testimoniato dalle opere sopravvissiute e dalle citazioni archivistiche, appare più usuale lungo la fascia del versante tirrenico dell’Isola con particolare frequenza nell’area del Valdemone; esso è realizzato in legno, e misura o solo in mistura secondo i canoni diffusi dalla cultura cosmopolita del gotico internazionale menzionata in diversi studi specifici. Gli esemplari superstiti presentano soluzioni iconografiche diversificate, riferite tuttavia, unicamente all’immagine del Christus patiens, reso a braccia aperte nella tensione dolorosa del volto sofferente con il capo inclinato sulla spalla destra e gli occhi generalmente chiusi.
La produzione di questi manufatti, oggetto di culto, molto richiesti da una committenza ecclesiastica e laica siciliana, nonchè calabrese, era esercitat da più componenti appartenenti a famiglia di artisti versatili (pittori e/o scultori) documentati in carte d’archivio; rese note alcune già nel 1880 da Gioacchino Di Marzo nella sua imponente opera sui Gagini. Le successive scoperte archivistiche, qui sintetizzate in un regesto cronologico aggiornato al 2003, hanno messo in luce importanti aspetti della società artistica messinese, comprensiva dell’attività dei cosiddetti “crocifissai”, come ha già analizzato Salvatore Tramontana e come osserva Maria Grazia Militi nella disamina delle testimonianze del notaio Matteo Pagliarino relativi agli anni 1491-1493.
Da questi documenti emergono varie informazioni: la retribuzione degli artisti era effettuata in moneta aurea o argentea, secondo modalità di pagamento che prevedevano l’anticipo, il versamento di alcune rate in corso dei lavori e il saldo alla fine, talora pagato anche in natura come attesta un documento datato 1492 riguardante il magister Domenico Pilli che riceve sei salme di vino alla consegna di una icona realizzata per il villaggio di S. Nicolò alle Masse. I tempi di consegna oscillavano dai dieci giorni per crocifissi medii relevii come quello della terra Sancti Angeli Vallis Demone, oggi S. Angelo di Brolo, a un lasso di tempo di undici mesi per il Crocifisso sublevatum di Ucria o di un anno per quelli monumentali come l’esemplare del Duomo di Messina, che doveva essere di palmi otto, su croce dorata e smaltata. I prezzi delle opere fluttuavano con estrema variabilità, da una sola onza, pagata nel 1493 a Domenico Pilli per il quadro di S. Domenica di Faro, a 300 ducati d’oro per il Crocifisso del Duomo di Messina pagati dai giurati messinesi a Giovannello Matinati nel 1503.
Con un’onza soltanto, informa la Militi, venivano vendute in città tra le altre cose una barca a remi di 21 palmi (1 palmo, cm. 25,75), 2 salme di grano, (1 salma circa 270 kg.), circa 7 cafisi di olio (1 cafiso 17 litri) e circa 3 libbre di seta cruda.
Un altro particolare che traspare dai documenti è la specializzazione produttiva nell’ambito di alcune botteghe che non differisce da quella prevista dalle altre categorie artigiane della città che cominciano proprio in quel secolo a costituirsi in corporazioni come quella dei bottai; è significativo in proposito il contratto di allogazione per sei anni del tredicenne Pietro da parte dei fratelli Lazzaro e Caterina de Spano della terra di S. Agata in Calabria, rogato nel 1492 e con il quale il discretus pictor Girubino Pilli si impegnava ad insegnare l’artem pictoris et maxime sublevi et crucifixorum et demum tractare eum ut bouns et diligens pater familias et induere eum de novo vestimentis licitis et honestis.

Bottega del Pilli, Crocifisso, sec. XVI (dopo del restauro). S. Filippo Superiore - Messina - chiesa parrocchiale

Gli attributi con i quali vengono definiti gli artisti dai notai secondo il punto di vista di chi è per antonomasia testimone qualificato e pregiudizialmente fededegno sono magister, discretus magister e honorabilis magister, volendo intendere con il primo gli esponenti più qualificati delle varie e disparate categorie artigiane e con l’ultimo, i mercanti-imprenditori di grosso calibro.
Un’indagine ricognitiva condotta su territorio messinese ha fornito una conoscenza più ampia di queste opere devozionali che si possono ripartire in tre gruppi differenti per tipologia e stile e che si presentano in più casi alterate nel loro stato di conservazione, peraltro abbastanza precario come rivelano, a titolo esemplificativo, tre casi. Il primo si riferisca a un Crocifisso restaurato negli anni ’80 appartenente alla chiesa parrocchiale di S. Filippo Superiore. Il secondo riguarda il ritrovamento di un esemplare tutto sconnesso nella sacrestia della piccola cappella della Madonna della Mercede al Tirone di proprietà D’Alcontres; questo Crocifisso di misura media (croce cm. 161 x 104, Cristo cm. 118 x 103) con sei strati di ridipintura rilevati in corso di restauro, era stato depositato nella cappella privata da un sacerdote che lo aveva recuperato dopo il sisma del 1908 tra le macerie delle chiese di S. Barbara e di S. Michele, limitrofe alla cappella D’Alcontres, e ora fruibile nel museo della Cattedrale di Messina. Il terzo esempio si riferisce al recupero di un imponente Crocifisso (croce cm. 332 x 200, Cristo, cm. 198 x 180) del Duomo di Milazzo falsato nella sua volumetria originale da superfetazioni barocche con l’aggiunta di un nuovo perizoma in cartapesta, conforme alla moda del tempo, nonchè da grossolana dipintura che lo ricopriva totalmente di colore grigiastro.

Anticaglie egizie a Messina nell’area dei Laghi di Ganzirri

Nel Museo di Messina, si conservano due misteriose pietre, dismesse nel 1902 dalla Cattedrale della Città dello Stretto.
Ritrovate occasionalmente durante una fase di restauro, sopra le colonne che né delimitavano l’area dell’altare maggiore, fungevano da piedritti della cornice della lunetta absidale del Cristo Pantocratore.
Nascoste da un’armatura in mattoni e da intonaco e stucchi di epoca cinquecentesca, furono collocate verosimilmente, durante una fase di restauro avvenuto fra il 1254 (l’anno dell’incendio del tetto di copertura dell’altare maggiore) e l’anno 1330 (quando, l’Arcive scovo Guidotto De Tebiatis, né restaurò gli arredi delle absidi con apparati musivi).
Queste pietre egizie, contengono un ricco patrimonio di immagini e di scrittura, recentemente tradotta e riqualificata.
La rispettiva provenienza e collocazione, dipende da un riutilizzo di suppellettili estrapolate dal tempio siculo-greco del Poseidon-Nettuno di contrada Margi di Ganzirri.
La traduzione effettuata sui geroglifici contenuti nella prima colonna, riporta l’avvistamento della fenice di fuoco, nel cielo della città egiziana di Eliopoli, così come viene ricordata nel libro della Genesi della Bibbia, e successivamente, in quello della storia di Erodoto.
Gli egittologi di tutto il mondo, ritengono il tema della comparsa dell’uccello di fuoco nel cielo eliopolitano, un racconto che non ha avuto ancora riscontri oggettivi.
Ebbene, a differenza di molti reperti archeologici disseminati nei musei di tutto il mondo, dai quali si possono attingere informazioni di rimando sul tema, presso il Museo di Messina, esistono due colonne istoriate, provenienti dal tempio nazionale del demiurgo di Eliopoli, scomparse da quel luogo, gia al tempo della XIX dinastia cioè, durante il regno del Faraone Ramses II ( 1279- 1212 a.C.).
Queste pietre sono assenti dal suolo egiziano, da almeno trentatre secoli; sicuramente, uno dei primi bottini razziato dal suolo natio.
E per questo motivo, lontane da qualunque analisi storica che né contempli la rispettiva datazione.
Non fanno parte di nessuna collezione, né sono state acquisite da donazioni o lasciti.
Pertanto, sconosciute al circuito dell’egittologia internazionale.
Sono giunte a Messina, per opera di un antico popolo nomade, conosciuto dagli Egiziani, come quello degli Shekelesh, i progenitori dei Siculi, formando la prima area templare di Sicilia, ricordata ed evocata, nel libro dell’Odissea di Omero.
Essi, manipolarono il contenuto celato nelle pietre, dimostrando di conoscere sia la lingua che la religione egizia, e attraverso il contenuto conservato in queste pietre, stabilirono il primo concetto religioso rivolto ad evocare la presenza di un’entità, inseguito ritenuta il fondatore di Messina: nella memoria di Orione, luogo astrale, e paradiso degli Egiziani una volta passati a miglior vita.
Evocato nelle sembianze di un dio, venne adorato dai nostri progenitori tanto tempo fa; ma, questa è un’altra storia che sveleremo in un prossimo futuro.
Viceversa è importante ricordare il ricco patrimonio iconografico presente in tutte è due le pietre.
Nella prima colonna istoriata, divise nelle quattro facce del prisma, vi sono un totale di 11 figure intere e quattro sezionate, rappresentanti l’enneade di Eliopoli.
Di contro, nella seconda colonna istoriata, distribuite nelle due facce squadrate, si ritrovano sette figure intere e due sezionate; quest’ultima colonna è più antica della prima.
Identificando le immagini riportate in essa, si può datarla, durante il periodo di Naqada primo ( 4000- 3500 anni a.C.).
Tutte e due le pietre, sono alte metri 3,09 e rientrano nel protocollo architettonico, dei faraoni della prima dinastia 3100 a.C.
Lo studio che ho preso in esame, dà maggiore attenzione, agli stili della scrittura e delle sculture, qui identificate con il metodo a incisione, e quello più raffinato a bassorilievo ribassato.
L’area templare dove sono state escavate le due colonne istoriate del XIII secolo a.C., riconducibili alla zona archeologica predetta di epoca siculo- greca, dove si ergeva dal IX secolo a.C. un tempio dedicato a Poseidone, poi inteso Nettuno, comprendeva, una più complessa, ma ben identificata zona templare del XIII secolo a.C., riconducibile all’antico popolo degli Shekelesh, i quali hanno lasciato cospicue testimonianze in questo distretto geografico.
Le colonne istoriate non sono gli unici reperti scoperti a Messina. Nei depositi del Museo Regionale di Messina, è conservato il reperto dello scriba egizio non che, presunti scarabei egizi. Nell’area dei monti Ciccia e Tidora, verso la fine degli anni ottanta, sono state individuate dall’Associazione degli Amici del Museo di Messina, resti templari di una civiltà sconosciuta, ma di origine Ittita. La comparazione grafica di alcuni resti archeologici studiati dal Dottor Spigo e le osservazioni fatte da altri eminenti studiosi, sui ritrovamenti archeologici ricadenti sul Monte Tidora, ove fu scoperta una necropoli a doppia inumazione, fanno apparire tutta l’area della doppia collina, un giacimento di una civiltà ancora da identificare. Inoltre, da alcune deduzioni documentarie fatte da me, in rapporto all’area archeologica di Ganzirri e in parte confermati da alcuni archeologi, sulla combinazione dei resti delle colline Ciccia e Tidora, si è individuato il ricettacolo della sottostante città, presso la sella che collega i due monti. Una città Sicula della quale si azzardano rilievi, in rapporto alle pietre egizie conservate al Museo di Messina. Quella città potrebbe essere, la stessa rilanciata, dal geroglifico parlante segnalato nella seconda colonna: ossia, del geroglifico del sacerdote che tiene stretto l’albero del sicomoro in mano, legato da una fune shen simbolo del mondo magico e del tempo, notoriamente combinato nei simboli alfabetici legati a un luogo oppure a una città, appellandola RSΑΑ

Alessandro Fumia

Popolo del Mare in Sicilia

La ricerca delle tracce storiche sul Popolo del Mare, per determinare l’origine delle tribù che componevano quella lega, mi ha portato ad osservare, un aspetto antropologico ed araldico, (quest’ultimo valore in rapporto alle armi), osservando una somiglianza con l’antica civiltà Elamita.
A un’attenta verifica sugli elementi funerari, ai quali si riconducevano il popolo Siculo intorno al VIII sec. a.C., presente nell’area dei monti Peloritani; gli Etruschi, durante lo stesso passaggio storico e pressappoco anche gli Shardana, sembra possibile evidenziare, una certa condivisione di costumi che hanno un’identica origine.
Nel 1915 l’archeologo Giuseppe Cannizzo, un collaboratore di Paolo Orsi, durante una campagna di scavo, condotta in una contrada vicino Barcellona Pozzo di Gotto, rintracciò alcune tombe a pianta circolare, entro le quali vi trovò interrate a una certa profondità non superiore ai 50 cm, una giarrotta alta 26,4 cm, avente nel suo fondo, i resti inceneriti di ossa umane. L’archeologo faceva notare all’illustre collega, che le tombe erano state ritrovate presso un’ipotetica via d’accesso, vicino una zona che un tempo, poteva rappresentare un insediamento. La tipologia di sotterramento, non ha molti riferimenti nella storia dell’uomo, tranne che trovare un’affinità rituale, nelle sepolture arcaiche degli Etruschi.
Infatti, gli antichi abitanti delle prime città etrusche, sovente, seppellivano i resti dei propri cari, presso le mura vicino le strade di accesso delle loro città. In apposite urne funerarie, sotterrate a una profondità variabile, simile a quella dei Siculi dei Peloritani, dopo aver incenerito i resti mortali.
Gli autori classici, avevano segnalato nei territori dell’alto e del basso Tirreno, la presenza di popolazioni cosiddette autoctone chiamate Ausoni. Plinio, più di altri, scrisse su quel popolo, affermando che appartenessero alla medesima discendenza, e che i Siculi stanziati nel territorio dei monti Neptuniani, non fossero altro che una costola degli Ausoni che popolavano le coste tirreniche fino al regno che sarà degli Etruschi.
Ma, il maggiore elemento per individuare una comune origine, verte sull’osservazione, delle armi e delle armature che contraddistinguevano gli elementi essenziali, del vestiario bellico dei soldati della lega del Popolo del Mare.
Così come furono identificati e osservati dagli egittologi, sulle mura del palazzo templare di Ramesse III non che, individuati nella stele di El Ahmar.
Secondo il mio avviso, le pianure d’Egitto non furono un teatro occasionale, nelle quali la lega del Popolo del Mare, avrebbe preso dimora prima, durante e dopo. Essi si sarebbero ritrovati in questi luoghi, molto tempo prima, dove si stanziarono in maniera stabile. I faraoni delle dinastie del Nuovo Regno, si confrontarono molte volte con essi, accusando un gran numero di perdite.
Gli Shekelesh, gli Shardana e forse anche i Tekker, provenivano dalle campagne vicino i monti Zagros, nel territorio della splendida città di Susa e di Anshan. Dagli scavi archeologici effettuati da Erich Schimdt nel 1930, nel Luristan, furono rinvenute le prime tracce, dell’antico regno dei re Elamiti, dove, presso tombe e santuari, si rintracciarono numerosi reperti di bronzo databili al 1000 a.C. Più precisamente, presso le mura e il pavimento del tempio di Surkh Dum si ritrovarono, una ricca quantità di oggetti con forte connotazione magica. In modo particolare gli archeologi, individuarono un oggetto che aveva attirato la loro attenzione. Quell’oggetto, ripercorreva la storia delle dinastie che si succederanno sul trono dei re Elamiti fino ai Persiani. In esso si sintetizzava l’autorità politica e religiosa; ritrovandolo nei sigilli e nelle divise araldiche dei sovrani, fino al tempo del re Shapur, III sec. d.C. Pertanto credo fondata l’osservazione che alcuni studiosi hanno esercitato sulle insegne dei sovrani Persiani, essendo questi ultimi, orgogliosi d’appartenere alle dinastie elamite, così come ostentatamente affermavano in numerosi documenti ritrovati. Credo ancora che quei simboli si fondano, su un accadimento astrale, osservato dalla regione dei monti Zagros 3500 anni a.C., e dai sacerdoti della città di On, durante un’epoca analoga ed antecedente alla nascita delle dinastie regali in Egitto. E che tale osservazione, sia rivolta ad evocare la comparsa della Fenice di fuoco nei cieli d’Oriente. Infatti, sia gli Shardana, sia gli Elamiti e poi i loro discendenti non che gli stessi Egiziani, ostentavano simboli riconducibili a quel fenomeno. L’elemento unitario che secondo me, mette in relazione questi popoli, verte sulla figura espressa nel cimiero dell’elmo degli Shardana, del tutto simile e meno stilizzato, di quello raffigurato nelle pietre di Messina. Questa figura è stata individuata dall’archeologo G.Goyon, il quale crede possibile che fosse posta, sopra le colonne presenti nell’antica città del Sole. Affermerà lo studioso: …”esistevano delle colonne sormontati da dischi dorati, un poco concavi, aventi la funzione di ricordare la comparsa del Benben nel cielo egiziano.” Quell’oggetto, rappresenta il passaggio di un globo infuocato nelle volta celeste in una notte senza Luna: intravedendo la manifestazione del dio Sole ai loro occhi. Le pietre egizie di Messina portano quel messaggio. Esse sono, senza ombra di dubbio, l’unica vera fonte descrittiva del fenomeno che ha dato vita a un pensiero, radicatosi in alcune fra le più grandi civiltà del passato; determinando un elemento documentale sulle tracce storiche e non mitiche della cosiddetta Fenice di fuoco. Queste pietre di Messina che recentemente sono state l’oggetto di una mia pubblicazione, rappresentano una fonte privilegiata, sulla trasmissione di un avvenimento che è rimasto, come uno degli ultimi misteri del passato non svelati, e che ha fatto affermare a un noto archeologo egiziano, “ …vorrei scoprire i resti templari del palazzo della Fenice prima di morire. “ Nei reperti conservati nel Museo di Messina, si conserva parte dei suppellettili templari di quel palazzo. Spero d’accontentare il desiderio dell’illustre dottore perché, dai geroglifici delle pietre di Messina si descrive il passaggio dell’uccello sacro. Queste pietre, possono rappresentare un elemento storico importantissimo, sia per gli avvenimenti egizi, che per la determinazione e l’identificazione del popolo degli Shekelesh in Sicilia. Un patrimonio per l’umanità, una volta di più, scoperto in circostanze clamorose. Una testimonianza acclarata perfino dalla Bibbia.
Le osservazioni che io faccio, sono un sunto estrapolato da una serie di riscontri, di rendiconti documentali, di tracce archeologiche, confrontando reperti scavati e ritrovati a Messina con altri scavati in altri fondi esteri. Ma, soprattutto con le pietre di Messina che io ribattezzo, le Pietre della Fenice, si possono creare quelle condizioni documentali, per sperimentare nuove soluzioni di studio.
Alessandro Fumia

Edilizia contadina a Piano Cardillo

Il passato non ha insegnato nulla a una città come Messina. Malgrado le contingenze e le perdite di testimonianze storiche, artistiche ed archeologiche, i messinesi continuano a dissipare il loro pur esiguo patrimonio; anche nella edilizia contadina un tempo, si cercava un po’ per necessità, un po’ per tradizione, di dare un contegno quanto più ricercato quando si andavano a realizzare, manifatture  e impianti, necessari per la vita e lo sviluppo della agricoltura dei campi. Una delle maggiori necessità nel tempo per un contadino era l’acqua; soprattutto durante la stagione secca, la penuria di liquido e la scarsità di precipitazioni, metteva in grosse ambasse il fondo agricolo che aveva un solo interesse, produrre costantemente una discreta  serie di ortaggi e di verdure durante l’annata. In Sicilia, la costante difficoltà idrica costringeva gli agricoltori, alla realizzazione di cisterne di varia grandezza comunque sistemate, a una profondità sufficientemente bassa per evitare l’evaporazione del ricco contenuto.
Il nome con cui questi “pozzi artificiali”  venivano indicati, mutava da vallata a vallata ma, nel messinese, e nel vallo alluvionale del torrente Carcidi poi, inteso flummara san Michele e in seguito Giostra, aveva assunto una particolare denominazione.
Queste riserve già nel XVI secolo, avevano la caratteristica tipica delle nostre zone, favorite dal particolare retino geologico ricco di bolle d’acqua, d’acconsentire un continuo pescaggio, sunto di ricettacoli accumulatisi nella stagione fredda. Proprio sfruttando la particolare caratteristica di raccolta, essi assunsero il valore nominale di sena  che significa vescica: la radice séné dalla quale dipende questo significato, deriva da un fondo provenzale, verosimilmente usato, per significare secondo il francesismo, piccola raccolta. Normalmente esistevano in prossimità della città di Messina, sia a settentrione che egualmente a meridione, un ricco patrimonio ventricolare di questi organismi. Data la particolare funzione, queste strutture servivano alla città, soprattutto durante particolari momenti storici: assedi, epidemie, carestie.
La singolare struttura a torre normalmente, era costituita da due piani, aventi una dimensione  non superiore ai cinque metri. Ne esiste ancora un esempio, in un fondo privato sull’arteria urbana di san Cosimo, la via costeggiante a nord il Gran Camposanto. E ne esisteva un’altra struttura, in contrada Tremonti, adesso distrutta per altre necessità; ma, della quale è sopravvissuto il pozzo, vero obbiettivo della speculazione.
Per linee generali dicevo, la Sena era costituita su due piani, addossata a una collina oppure, creando presso il fondo, un dosso per raggiungere l’apertura superiore: normalmente, il vano inferiore serviva da abbeveratoio per gli animali da pascolo o da gregge. Mentre come detto, la parte superiore era asservita al consumo della gente che si riforniva, facendo penetrare dall’alto una piccola quartara, a volte servendosi di un piccolo verricello. La sostanziale funzione come detto in precedenza, serviva all’irrigazione che poteva avvenire in due modi: per caduta, allora la struttura era in una posizione più elevata rispetto al fondo. Ma, anche per iniezione, servendosi di una ruota, mossa da un asino oppure  da un mulo, nella prima servitù, dove ricadevano spazi che servivano al movimento delle bestie mulinare. Altresì, oltre alle aperture di servizio prospicienti il pozzo, in età più moderna, vedi le immagini della Sena di Tremonti, furono costituite delle servitù, a forma di arcate, imitando in scala molto più ridotta, gli antichi acquedotti Romani. Le sinuosità della Sena di Tremonti, sostenute da colonne in mattoni pieni, permetteva di ammirare un monumento, spezzando un panorama agricolo, composto da terrazzamenti e da monotoni orticelli. Un’arte andata perduta, per la quale, abbiamo perso tutti qualcosa, testimonianza di un passato glorioso mai dimenticato.

Alessandro Fumia

Appunti per una storia del Santuario di Dinnammare: il pellegrinaggio del 1889

Nell’‘800 la devozione mariana in tutta la Chiesa Cattolica ha una grandissima diffusione. Le apparizioni di Rue du Bac a Parigi nel 1830 e di Lourdes nel 1858, senza scordare l’apparizione di La Salette nel 1846, rendono ancora più vive antiche forme di devozione che in quel secolo vanno rinnovandosi ed arricchendosi. Nel 1854 papa Pio IX proclama il dogma dell’Immacolata Concezione,  rilanciando in modo straordinario una devozione a cui da secoli la Sicilia è particolarmente legata. Nella Sicilia di quegli anni va diffondendosi la popolarità dei santuari mariani e tra questi sempre più notorietà acquisisce un piccolo santuario nell’Arcidiocesi di Messina: quello dedicato alla Madonna di Dinnammare.
Il santuario si trova sul punto più alto dei monti Peloritani a circa 1330 metri d’altezza. Nel XIX secolo la via più comoda, perché più breve, per raggiungere quel luogo è costituita dai sentieri che dal villaggio di Larderia risalgono il monte fino alla cima. Non è difficile immaginare il percorso, praticato ancora oggi da numerosi pellegrini in agosto in occasione della festa liturgica, che nell’ ‘800 era necessario affrontare per giungere al santuario.
Una lapide dentro il santuario, purtroppo mutila, ricorda un importante pellegrinaggio nella data del 13 luglio 1889. In quell’occasione il cardinale Giuseppe Benedetto Dusmet, Arcivescovo di Catania oggi venerato dai cattolici come Beato, insieme al mons. Giuseppe Guarino, Arcivescovo di Messina e Archimandrita del SS.Salvatore (con in corso una causa di beatificazione), unitamente a mons. Giovanni Blandini, Vescovo di Noto, celebrarono un solenne pellegrinaggio. La lapide ricorda che i tre importanti prelati erano accompagnati dal Vicario generale della Diocesi di Messina, dai rispettivi segretari, da numerosi sacerdoti, che erano cappellani dei villaggi sottostanti, e da “molto popolo”.
L’evento è senza alcun dubbio di una certa rilevanza, se si considera le ridotte dimensioni del santuario, la difficoltà di raggiugere il luogo e l’importanza dei tre presuli che lì devotamente si sono ritrovati. Probabilmente in quell’occasione era anche presente il professor Contardo Ferrini, studioso di diritto romano di fama internazionale a quel tempo docente dell’Università di Messina, proclamato Beato nel 1947 da Pio XII.
In una lettera scritta da mons. Guarino all’amico Card. Celesia, Arcivescovo di Palermo, veniva ricordato il pellegrinaggio: «Il pellegrinaggio uscì assai devoto: sul monte trovammo tanta gente e tutti i Cappellani e preti semplici dei Villaggi sottostanti. Sua Santità ha mandato a tutti l’Apostolica Benedizione e l’espressione del Suo sommo gradimento. In un breve discorso assai poco potei dire di San Benedetto e di Montecassino: quest’uomo e quel Monistero sono un abisso di Grandezze…».  La lettera, conservata nell’Archivio Storico Diocesano di Palermo, porta la data del 24 luglio 1889.

Antonino Teramo

Il commercio messinese nel Medio Evo

La grandezza di una città  come Messina, è dovuta alla intraprendenza dei suoi cittadini; almeno in questo, si distinguevano i nostri antenati dai rispettivi discendenti. Lo spirito di iniziativa, l’avventura e l’organizzazione dei messinesi, è uno strano ricordo se paragonato all’inerzia dei giorni nostri. Come se a dividerci nella storia, ci sia stata ben più di una motivazione. Lo spirito di un tempo, è stato assolutamente perduto; ed oggi, quei tempi, quel passato glorioso non possono che farci, non poca invidia. L’orgoglio invece, è l’unica soddisfazione che ci resta: quello di ricordare una città alla quale, ispirarsi con la speranza che un giorno, riusciremo ad emulare quelle potenzialità.
L’industria dello zucchero messinese ha origini antichissime ed è legata, alla coltivazione della canna da zucchero proveniente dall’Oriente. La prima ipotesi storica legata allo sfruttamento e alla prima produzione in maniera estensiva della canna da zucchero, si ha nelle prime quattro decadi del XIII secolo. Non esistono documenti al momento per appurare le ipotesi sul tema, mentre viceversa, esiste un documento datato  all’anno 1272  per il quale è possibile individuare, l’origine e il controllo commerciale dello sfruttamento, di numerose materie prime di stanza e produzione a Messina: canditi, pipi, zafarana, cannella, ciodi i caloffiru, e zuccaru.
Gli ambasciatori di Messina, chiedevano ed ottenevano dal re Carlo D’Angiò di aggiornare l’uso della misura di peso del cantaro francese, con  il rotolo siciliano di 33 onze e mezzo. Una necessità avvertita in questo mercato più che altrove, visto il gran numero di scambi e commesse che non avevano paragone in nessun altro emporio del Mediterraneo centro-orientale, se non a Barcellona.
I ricavi che provenivano dal commercio dei “duzzeri”, è cosa abbastanza nota in Sicilia; meno noto è invece, il rapporto che legava i pasticceri e i confettieri siciliani ai messinesi.
Da una nota scritta a margine in un documento, conservato nel Fondo Nuovo presso la Biblioteca Tommaso Cannizzaro, e una carta conservata nel Fondo Antico dei manoscritti della Biblioteca Regionale di Messina, vengo a conoscenza che, il re di Spagna, attraverso le gabelle ricavate dalle paste e dai rottami di zucchero, avendo imposto in Sicilia, un vero e proprio decalogo ai “duzzeri” sulle rispettive produzioni. Di fatto, i regolamenti che ricadevano sulle qualità della materia prima, usata per la realizzazione delle leccornie, dimostrava come anche in questa parte del regno, si erano verificate quelle speculazioni arcinote sulla terra ferma. Messina veniva ricordata in quel   lasso  storico,  come  la  patria  della “pignolata, delle turti di marzapano e cucuzzata,” fatte di zucchero di musturetti (la lavorazione per essiccazione dei fichi secchi).
Nella speculare ricerca delle fonti inerenti, la commercializzazione delle leccornie in Sicilia: alle quali fanno capo, le produzioni dei confettieri e dei pasticceri, bisogna ricordare il ruolo di Messina  nel regno. La produzione della canna da zucchero, dei lavorati e trasformati ( musturetti) come su accennato,  e del miele, aveva sede nella Città dello Stretto già nel XV secolo. Questa commercializzazione della materia prima cioè lo zucchero, era un prodotto di esportazione messinese in tutta Europa. La produzione della canna da zucchero, veniva controllata a Messina, dalle nobili famiglie dei Romano e degli Stayti, a tal punto, che  le caracche veneziane, adottate nel trasporto e preferite a quelle genovesi meno capienti, facevano incessantemente rotta su Messina, come l’unica vera area di produzione industriale in tutto il Mediterraneo. E per i due secoli successivi, il commercio e la lavorazione di questa materia prima, facevano capo al regolamento della giurazia della capitale commerciale del regno di Sicilia.
Pertanto, l’industria saccarifera si andava sviluppando a Messina, di secolo in secolo, mantenendo vivo il ricordo, di un commercio molto redditizio anche, in ambienti europei e mediorientali. Malgrado ciò, la ricerca delle cose buone di un tempo, mi ha portato ad osservare un carteggio, posseduto dalla congregazione dei confettieri siciliani e fra essi, anche dei messinesi. Nel documento risulta chiaramente il riferimento ai “duzzeri” della Città del Faro con, l’intenzione di disciplinare proprio in questa città, i regolamenti presenti nel resto dell’isola, e in particolare a Palermo.
Già nel cinquecento questi comportamenti, erano vagliati dalle autorità regie, in quanto che, la materia prima cioè lo zucchero, sviluppava tutta una serie di interessi, dai quali ne godevano molti frutti tantissimi enti. Pertanto, sullo zucchero: sia come alimento grezzo, sia come alimento preparato (rottami), sia come alimento trasformato gravavano, numerose gabelle e dazi. Che davano l’idea di una città opulenta, mai sazia e che diversificava le sue produzioni commerciali, in molti campi, sempre favorita dallo zelo della sua gente.
Malgrado gli eccessi della storia messinese, dove non mancano guerre, violenze e ribellioni, malgrado le sventure politiche in cui si è andata ad imbattere Messina e ll passare dei decenni, dei secoli, l’industria saccarifera come quella della seta, rimarrà un punto fermo. Se nel XVII secolo le memorie dello sfruttamento commerciale, seguono le vicende dei secoli precedenti, dove i messinesi appaiono, assoluti protagonisti in questo tipo di commercio, nel ‘700 queste memorie, venivano condensate, in appositi organismi i quali, mostravono ancora come riuscivano queste professioni a riciclarsi; conseguendo meriti e privilegi sempre dotali, sempre economicamente vantaggiose. La congregazione dei confettieri di Messina, ha origini ben più antiche di quelle che le assegna il Gallo nei suoi Annali. Dalle fonti più recenti riprese da molti storici, diciamo da quasi tutti, questo organismo dei confettieri, si vide costituito nel 1752, presso la sede della chiesa  di santa Lucia al fondo dell’Uccellatore. Ma, già nel passato come si può intuire, la medesima loggia sintesi degli affari locali per lo smercio e la produzione,  dimostrava i segni di un corporativismo attivo e variegato; la contemporanea presenza di una branchia di “duzzeri” ovvero, i pasticceri, associati e legati nello stesso periodo storico, al fondaco della chiesa di san Nicolo Galtieri, getta un’ombra di mistero, sulla rispettiva presenza in città di entrambi gli organismi professionali. Anticamente, la materia prima che regolava le produzioni di alimenti, trattati con la lavorazione e la manipolazione dello zucchero, ricadeva in ambiti precisi, controllati dalla corona visto che da quella industria, il sovrano cavava numerose sostanze economiche. Ma la rispettiva presenza associata di questi validi operatori, dimostra come questa industria, aveva prodotto nei secoli una nomea distinta e distinguibile, nei piani più alti della politica, e in quelli in cui, gli stati nazionali e sopranazionali, attraverso il dinamismo del commercio messinese dello zucchero, individuavano queste categorie vincenti.

Alessandro Fumia