Giorno: febbraio 27, 2011

‘A parrata missinisa, da Zancle a Messina

Varie sono state le lingue parlate nella nostra città. La primissima parlata fu quella sicula, lingua della quale abbiamo ereditato un vocabolo a noi molto noto: Zancle infatti era il nome della nostra città e questo perché in siculo significava “falce” ad indicarne la curvità del porto. Quando poi giunsero nell’VIII secolo a.C. i nuovi coloni greci, la maggior parte dei quali dalla Calcide, pur continuando a convivere con parte dei siculi rimasti, ben presto la lingua greca prevalse su quella sicula e più precisamente il dialetto ionico. Sarà proprio in questo dialetto che si svilupperà la grande poesia lirica della Sicilia orientale, tra i cui autori ricordiamo Ibico, Stesicoro, Botri e Alcmane. Su influsso del Lascaris vari autori come il Gallo e il Reina attribuirono a questi autori nascita messinese. Quando nel 491 a.C., Anassila occupa Zancle le cambia il nome in Messene. Stringendo un patto politico nel 478 a.C. con Gelone di Siracusa, Messene, secondo lo storico S. Greco, “passò a gravitare nell’ambito della grecità dorica” e il suo nome, doricizzato, divenne Messana. Secondo questa ipotesi dopo quasi tre secoli di dialetto ionico, nella città dello stretto si cominciò a parlare il dialetto dorico, in questo periodo operarono filosofi e matematici come Dicearco ed Aristocle, storici come Evemero ed Alcimo, costoro quasi sicuramente di nascita messanese. La lingua greca rimase la lingua ufficiale anche in epoca romana, grazie infatti alla testimonianza di epigrafi e ritrovamenti monetari sappiamo con certezza che a Messana la lingua greca restò quasi inalterata fino al I secolo d.c., inoltre la stessa ritualità religiosa veniva proferita in greco, il latino era per lo più parlato tra i nobili, le persone più eminenti e colte del tempo.
Successivamente lingua greca e romana cominciarono ad assumere una sola identità, fino a divenire quello che oggi gli studiosi definiscono “lingua volgare”, una parlata che assunse dei connotati specifici nelle diverse città e regioni italiane, ne sono un esempio “l’indovinello veronese” e l’iscrizione di Commodilla del IX secolo d.C.. Si svilupparono così i dialetti locali, nel nostro caso, “‘a parrata missinisa”. Per il formarsi del nostro dialetto, non indifferente dovette essere stato l’influsso della lingua araba diffusasi a Messina per almeno un secolo e mezzo durante la dominazione saracena che ebbe luogo tra il IX e l’XI d.C..
Tale rimase la parlata del popolo messine fino a quando non cominciò ad affermarsi il volgare toscano dapprima solmente tra i nobili e come lingua di pubblicazione successivamente come lingua nazionale con l’Unità d’Italia.
Nonostante infatti fino alla metà del cinquecento si continuava per lo pìù a pubblicare in latino, ne è un esempio indiscusso il Sicanicarum Rerum Compendium dell’abate Francesco Maurolico,  cominciava a diffondersi l’uso di pubblicare le  proprie opere nell’illustre dialetto toscano, la lingua di Dante Alighieri, la prima opera in questo senso messinese è ascrivibile al Cavaliere Buonfiglio che scrisse la sua “Messina del ‘600” in dialetto toscano.
Quindi nel ‘600 il dialetto toscano divenne lingua di “pubblicazione”, ma entrò in competizione con i vari dialetti locali solo sul finire dell’800 quando, dopo l’annessione al  Regno d’Italia nel 1861 il  toscano si affermò come lingua nazionale. Da quel giorno cominciò un processo inesorabile che porterà l’italiano a sopprimere sempre più le parlate locali fino a minacciarne l’estinzione. Oggi che potrebbe rischiare di sparire per sempre, quella “parrata”, tanto amata, tanto importante perchè “parrata” dei nostri avi e compagna di innumerrevoli vicende storiche, e sapendo che con essa sparirà anche una parte della nostra identità cittadina.

Antonino Romeo

L’antico quartiere Bresciano a Messina

Nella città medievale di Messina, dopo gli effetti dell’incendio che la devastò radendola al suo del 1157, vide nuove entità insediate rigenerare una pianta sempre verde. Il nervo che ha sempre contraddistinto i messinesi nel passato,  si è mantenuto vivo ed attivo. Mai domi delle sventure arrecate dai eventi funesti, dalle calamità della natura o dalle iniquità del genere umano, l’hanno atterrata. Sempre Messina, è risorta come la Fenice dalle sue stesse ceneri. Ecco che, fra i secoli XII e XIV compaiono, tante comunità di tessitori, edili, fabbri ferrai, artisti che in cerca di fortuna, incominciarono a popolare nel versante meridionale dell’Italia, le fiorenti città del sud. Tutte avevano partecipato alle fortune dei Normanni e dei loro comprimari, e tutte queste etnie, adesso, erano pronte a contribuire e a rendere sempre gloriose quelle città.
Messina, la più attiva fra esse, favorita dai commerci e da una certa dinamicità dei suoi cittadini, si stava dando una connotazione, più lungimirante e mirata, verso uno sviluppo sempre migliore. La ricchezza veniva perseguita attraverso l’ingegno e attraverso il lavoro. Il governo municipale sintesi della Giurazia cittadina, faceva la sua parte, accrescendo le sue ricchezze e i suoi averi. Una politica dell’accoglienza che darà i suoi frutti. Anche Messina partecipava alla gloria dei Comuni italiani, ricreando nel suo seno, le condizioni per competere. Negli anni in cui la Città dello Stretto, aveva innalzato i labari della Repubblica Marinara 1252 – 1256 alleandosi con lo Stato della Chiesa, giunsero a Messina tante comunità straniere; fra i quali anche cittadini della città di Brescia.
In un documento inserito nel secondo volume della Messana regumunque… di Placido Saperi 1742, si segnalava la presenza, di una loggia e di altrettante case, presso la “ruga brexianorum.”
I Bresciani che componevano quella mischia, erano tessitori di seta e i loro telai, furono richiesti per le produzioni del broccato, un filato che darà molta fama alla città di Messina nei secoli a venire.

Alessandro Fumia