Giorno: febbraio 26, 2011

Il museo silvo-pastorale di Mistretta “Giuseppe Cocchiara”

Circondata da monti e boschi favolosi, Mistretta, piccolo borgo scolpito nell’ocra di una caratteristica pietra arenaria, s’accoccola ai piedi di uno sperone di roccia fra le vette dei Monti Nebrodi, custodendo con cura i suoi tesori di arte, gusto e tradizione.
E, proprio in questa “perla” dei Nebrodi  vi è un prezioso scrigno di memoria: il Museo “Giuseppe Cocchiara”.
Il Museo Regionale delle Tradizioni Silvo – pastorali è articolato, al suo interno, in una serie di sezioni, che riguardano i vari cicli produttivi, le attività lavorative e artigianali, le testimonianze di cultura materiale e “volatile”, relativi soprattutto al contesto silvo – pastorale, ma anche a quello agricolo .
Nonostante il Museo voglia privilegiare le testimonianze della cultura relativa all’ambito agro – silvo – pastorale, non bisogna pensare che si voglia trascurare il rapporto con il contesto sociale di cui tale cultura fa parte.
In sostanza, da un lato vengono rappresentate anche forme culturali poco affini all’ambito silvo – pastorale, dall’altro viene approfondita la conoscenza dei contesti in cui vengono fruite le testimonianze culturali proprie dell’ambito locale.
Il Museo espone materiali, opere, documenti, reperti di interesse naturalistico, riguardanti coloro che appartenevano ai ceti propri della società agro – silvo – pastorale.
Dal punto di vista cronologico i reperti museali possono essere circoscritti al periodo compreso tra la fine del XVIII e la metà del XX secolo .
Tra i cicli produttivi presi in esame annoveriamo: la coltivazione del grano e la produzione del pane, la coltivazione della vite e la produzione del vino, la coltivazione dell’ulivo e la produzione dell’olio, la pastorizia e la produzione casearia, la coltivazione e la produzione del lino, i mestieri del bosco, le attività dei carbonai e dei vistiamara, la coltivazione del frassino, la produzione della manna, l’arte dei pastori, l’attività della caccia, il lavoro di fabbri e maniscalchi, l’attività di dolcieri, mielai, carrettieri e carradori, la tecnica dell’intreccio, tutte botteghe tipiche dell’ambiente silvo – pastorale tradizionale.
Le testimonianze esposte nelle varie sale del Museo sono accompagnate, per una loro maggiore intelligibilità, da pannelli didattici, schede tecniche, modellini, realizzati in scala, di macchine agricole, strutture produttive e architetture pastorali, gigantografie.
Sono presenti inoltre, lungo tutto il percorso espositivo, delle postazioni multimediali, pensate per dare ai visitatori e agli studiosi la possibilità di godere in modo più vasto dei beni esibiti, ma anche per creare un trait d’union interattivo tra la realtà museale e i suoi fruitori.
Tramite questi monitor vengono resi noti i contesti e i modi in cui gli oggetti esposti si fanno testimonianza di forme di vita e di cultura peculiari.
I criteri di allestimento si basano sull’utilizzo di supporti espositivi dislocati in modo flessibile e versatile, eventualmente rinnovabili lungo il percorso del Museo.
Inoltre, poiché il Museo in questione si proietta sul territorio ad esso circostante, si è ritenuto opportuno dar vita ad un allestimento che suggerisse delle emozioni e sollecitasse delle suggestioni; a tal proposito non è difficile trovare al suo interno, in quanto Museo delle Tradizioni Silvo – pastorali, tronchi, cortecce ed elementi vegetali durante tutto il percorso espositivo.
Ciò è stato messo in atto non per copiare la realtà nella sua componente naturalistica, bensì perché in un luogo destinato a fungere da collegamento tra la realtà ed i suoi metodi di rappresentazione l’ago della bilancia non pendesse unicamente in direzione dei secondi.
Per lo stesso motivo, all’interno del Museo, non si è tenuto conto di un ordinamento degli oggetti effettuato seguendo il criterio tassonomico tradizionale, poiché esso si attiene ad una metodologia inadatta dal punto di vista scientifico e superata da quello estetico.
Il Museo non è stato interpretato come un magazzino di cose antiquate, anzi i reperti mostrati sono relativamente pochi, di grande effetto dal punto di vista estetico, e con  una grande potenzialità di partecipazione emotiva.
Il Museo di Mistretta dunque è il risultato della contezza del legame in atto tra i beni demo – etno – antropologici ed il territorio che li ha generati.

Don Letterio “Il Gobbo”, alias Don Liu “Immarutu”

La guitta icona di “Don Liu Immarutu” emerge dalle Spigolature nella Messina degli anni Venti” di Antonio Papadia (1918-2001), messinese del quartiere Lombardo, come la trasparente allegoria dell’effimera frequentazione delle operose maschere, stagionali dei “vinni gghiosa”, “luppinara”, “ggilatari”, “lustrascarpi”, “arrotini”, “umbrillari” e, in dicembre, della sfuggente “banna di muntanari”.
Pareva che Madre Natura si fosse compiaciuta nel prodigargli con particolare sadismo tante di quelle brutture che caratterizzano alcuni esseri mani tali da farli assurgere a figure popolari caratteristiche. Su di li, poi, si era accanita “ad abundantiam”: minuto, piccoletto, bruttino; guance incavate, zigomi sporgenti, occhi anch’essi leggermente sporgenti e con na espressione tra la cattiveria e l’implorazione; gambe storte, braccia più lunghe del normale e una gobba ben sviluppata tendenzialmente a destra. Sempre con un vestito molto logoro e, neanche a dirlo, animato da toppe di vario colore. le tasche della giacca erano rigonfie, colme di non si sa che cosa, tali da sembrare le bisacce di un mulo.
Ma un bel dono Madre Natua glielo aveva elargito: un orecchio musicale di perfetta intonazione, inverosimile in quella sgraziata figura umana, e indubbiamente anche una passione per la musica lirica. Verdi, Puccini, Mascagni, Bellini erano i suoi preferiti e delle loro pere conosceva bene le parti romanzate più note, con ogni sfumatura, anche la più delicata; delicatezza che egli cercava di esprimere nel migliore dei modi.
Ma, così come avviene per tutti i personaggi popolari caratteristici, anche a lui il popolino aveva affibbiato il suo sarcastico appellativo, sebbene, in questo caso, fosse stata la stessa Madre Natura ad averglielo appioppato, talchè era universalmente conosciuto con il soprannome di “don Liu immarutu”.
Scrive l’autore che “quando lo vidi per la prima volta, nel 1925, avevo sette anni. Ricordo che gli adulti lo stimavano di qualche anno sopra i quaranta. La sua “zona di lavoro” si stendeva per quasi tutta la città; quella preferita, però, era compresa tra la stazione ferroviaria, stazione marittima, e il quartiere di Provinciale. Nel corso della giornata si spostava in vari punti, in ciascuno dei quali sostava il tempo necessario per “suonare” due-tre esecuzioni “orchestrali”. Sissignori, “orchestrali”, perchè l’aspetto più umoristico era proprio questo: cercare di eseguire il brano lirico imitando i vari strumenti dell’orchestra. Al mattino usciva di casa e si avviava vagando fino a quando le vie cittadine si animavano con una certa intensità. A un certo punto, scelto secondo una sua personale valutazione, si fermava, si toglieva l’immancabile coppola “ogni stagione”, l’adagiava su un angolo formato da una parete di edificio con il marciapiede e poi arretrava lentamente fino al margine del marciapiede fermandosi proprio sull’orlo. Qui cominciavano i brevi preparativi per l’organizzazione dell’orchestra: sbottonava completamente la giacca, si dava una assestatina ai pantaloni controllandone la cingha, allargandola o restringendola; portava il braccio destro all’esterno e, piegandolo al gomito, avvicinava la mano al padiglione dell’orecchio quasi per amplificare i suoni da lui percepiti; protendeva poi il braccio sinistro in avanti e, con gli occhi concentrati sulla coppola, dopo essersi inumidite le labbra passandovi e ripassandovi la lingua, dava inizio all’esecuzione.
A volte, quando nel corso dell’esecuzione riteneva che gli strumenti a fiato prevalessero su quelli a corda, scambiava la funzione delle braccia. Il braccio portato in avanti aveva il compito di dirigere “l’orchestra”. Iniziava quindi la musica, con le labbra metà chiuse e metà aperte, oppure con le labbra completamente aperte o completamente chiuse, veniva fuori il suono dei violini, delle trombe, dei tamburi, ecc., insomma, di ogni tipo di strumento.
Subito intorno a lui si formava un capannello di ragazzi di ogni età, nonchè di adulti, alcuni dei quali, dopo averlo ascoltato per un po’, lasciavano cader qualche quattrino dentro la coppola e andavano via. Al termine dell’esecuzione tutti i ragazzini applaudivano e alcuni gridavano: “bravu don Liu” oppure “evviva don Liu” il quale, soddisfatto, ma senza mai donare neppure mezzo sorriso, raccattava la coppola con il contenuto e via…. per un altro concerto.
E così trascorrevano le giornate di “don Liu Immarutu” sulla cui sorte non seppi più nulla essendomi allontanato da Messina per molti anni. Ricordo tuttora che quando un gruppetto di giovani o adulti si riuniva in allegra brigata, allorchè a qualcuno veniva lo sghiribizzo di cantare una canzone o una qualsiasi romanza di cui non conosceva le parole ed emetteva solamente dei suoni, si sentiva levare dalla brigata una voce tonante che diceva: “e ccu iè?… mancu don Liu immarutu”, ironizzando cioè sulle virtù musicali del malcapitato“.

da “Messenium” n. 1 del 2004