Giorno: febbraio 15, 2011

Messina durante la grande guerra: una Piazza dalla scarsa rilevanza bellica, una città non coinvolta attivamente in guerra

I tanti periodi bellici che Messina visse nella sua millenaria storia, sono suddivisibili in due categorie; la prima riguardante gli eventi in cui l’area in questione non fu interessata da fatti significativi, fondamentali per gli equilibri e le conseguenza di determinata guerra;  la seconda invece riguardante i periodi in cui il territorio della Piazza fu luogo di operazioni belliche di rilievo, obiettivo primario nemico, con un ruolo decisivo e determinante.
Alla prima categoria appartiene senza dubbio il primo conflitto mondiale, guerra principalmente terrestre e sostanzialmente di confine, statica e di posizione, che non interessò uniformemente l’intero territorio metropolitano così come invece avvenne per altri conflitti, e non fu certo combattuta nelle acque, nei cieli e nel territorio dello stretto, ma in luoghi ben più lontani e importanti in riferimento alla tipologia di guerra e gli obiettivi dei vari stati partecipanti.
Risulta dunque un inutile sforzo quello di paragonare a tutti i costi le sporadiche vicende navali consumatesi nello stretto in quegli anni, con ciò che accadde nei fronti di guerra veri e propri.
L’area dello stretto era infatti da considerarsi poco significativa e strategicamente ininfluente ai fini decisionali del conflitto, essendo stato teatro solo di alcuni siluramenti a danno di naviglio vario, ad opera degli U-Boot (unterseeboot) tedeschi. Fatti assolutamente non paragonabili alle tante tragiche battaglie consumatesi sui vari fronti orientali e occidentali dello scacchiere europeo.
Il 26 aprile 1915 l’Italia, ancora neutrale, aderì segretamente al Patto di Londra con l’Intesa e di fatto il 23 maggio entrò in guerra (contro quegli stati che erano alleati nella Triplice Alleanza) prima contro l’Austria, e solo nel 1916 contro la Germania. La kriegsmarine era certamente la più equipaggiata ed efficiente e nel 1917 l’imperatore Guglielmo diramò un ordine diretto circa la guerra sottomarina senza restrizioni, grazie alla quale su 111 sommergibili 27 operavano nel mediterraneo. Tra gli U-Boot che operarono nell’area dello stretto e zone limitrofe affondando naviglio vario, vi furono i seguenti:

U 24, U 28, UC 35, U 38, UB 48, UC 52, UC 53, U 63.

In tale contesto la già evidente irrilevanza bellica di Messina durante la grande guerra, per motivi “geografici”, era già ben evidenziata dalla situazione dell’apparato difensivo, il quale seppur con l’aggiunta di qualche miglioria e l’approntamento di piani difensivi (1915) e fatta eccezione per una sola batteria ad alto parapetto per obici L da 28 a tiro indiretto, edificata  nei primi anni del Novecento (quindi prima dell’ingresso in guerra), era ancora fermo ai vecchi e obsoleti fronti a mare fortificati permanenti, costruiti alla fine dell’Ottocento e composti da vetuste e costose batterie costiere, ovvero opere poligonali terrapienate non corazzate (primo periodo, seconda generazione, cioè tra il 1880 e il 1898) armate con ormai vecchie artiglierie in barbetta. Impianti praticamente mai utilizzati per gli scopi per i quali furono edificati, se non per i tiri di esercizio (in modo particolare tra il 1911 e il 1913), e qualche sporadico tiro in guerra. Opere ormai superate a causa dell’introduzione di nuovi materiali costruttivi, i progressi della tecnologia e il crescente uso dell’arma aerea quale strumento di osservazione e attacco. Tutto ciò in contrapposizione alla situazione dei vari fronti di guerra italiani e esteri, in cui allo scopo di rispondere efficacemente alle offese nemiche, furono invece erette nuove fortificazioni permanenti e campali (trinceramenti, fortificazioni corazzate, linee fortificate ipogeiche, batterie, opere in caverna ecc.).
Un’altra prova dello scarso interesse strategico verso l’area dello stretto è quella della smobilitazione delle artiglierie. Infatti a causa della carenza di artiglierie, durante il conflitto molte importanti Piazze italiane cedettero le loro (in modo particolare quelle a tiro curvo) all’esercito, allo scopo di utilizzarle nei fronti di guerra terrestri. La Piazza di Messina dovette cedere:

4 obici da 305/17 ( in servizio da poco tempo);
4 obici da 280A (sostituiti con obici da 280C);
8 obici da 280C;
12cannoni da 149C;
6 cannoni da 57H;
tutte le mitragliatrici modello 86.
Rimasero armate soltanto 4 batterie con un totale di 22 obici da 280C.
Se lo stretto di Messina fosse realmente stato un obiettivo strategico di prim’ordine o luogo di battaglia, il territorio della Piazza sarebbe stata oggetto di una radicale rivisitazione delle fortificazioni e dei sistemi di allarme e primo intervento, e soprattutto mai si sarebbe smontata e ceduta parte delle artiglierie, pari a più della metà della potenza di fuoco della Piazza, ma al contrario se ne sarebbe significativamente aumentato il numero.
Messina a differenza di tante altre città del nord Italia, passò quindi indenne tale tragico periodo, seppur con un altissimo tributo di sangue pagato dai suoi figli sui campi di battaglia. Tuttavia da li a pochi decenni la guerra arriverà a Messina, questa volta in tutta la sua tragicità e crudeltà, provocandone la seconda distruzione a soli 35 anni da quella causata dal terremoto del 1908.

Armando Donato

Il Duomo di Messina e la “Pietra Polipai” (o di Bauso)

Le pietre ci parlano, sembra banale come citazione, ma queste sono davvero il filo conduttore del costruito, sono l’elemento più semplice e più antico che possa permetterci di ricostruire la storia di una città. Le località site lungo le coste della Sicilia, tra il versante tirrenico e Messina, presentano un terreno costituito da formazioni cristalline piuttosto varie. Interessante sembra la presenza della PIETRA DI BAUSO, si tratta di una concrezione di formazione gessosa, che in passato era stata impiegata nella costruzione di molti edifici nella zona del Messinese. Questa pietra ha una colorazione che varia dalle tonalità dell’avorio alle sfumature del rosato, è di composizione piuttosto compatta. La pietra di Baùso, così chiamata, è l’esempio più significativo dell’impiego di questa pietra, per la costruzione della facciata del Maestoso Duomo di Messina. Il basamento del campanile è realizzato in calcare polipai, come lo è anche la zoccolatura che cinge il perimetro esterno dell’edificio. E’ riscontrabile un vasto riutilizzo di meteriale come lo si denota ad esempio nel PAVIMENTO COSMATESCO (dai Cosmati che produssero questo tipo di pavimentazione, realizzato grazie alle Rote, ricavate dalle sezioni di colonne).Questi pavimenti presentano colorazioni varie, grazie all’uso di Anfibolite e Rosso di Taormina (riscontrabile, peraltro, nella chiesa di S. Francesco dell’Immacolata).
L’edilizia, comunque, non è l’unico campo che impiega l’uso della Pietra di Bauso, infatti essa viene usata per il rimpiego come nel caso di una Tomba di IV secolo, ritrovata in Via Cesare Battisti si tratta di una tomba a calcare coralli proveniente dallo scavo dell’isolato 73, attualmente visibile al Museo. Anche la chiesa di S. Maria della Valle meglio nota come la Badiazza, usa la pietra a calcare polipai sulla facciata. Nel 1507, Angelo Montorsoli userà questa pietra per la realizzazione del gruppo scultoreo antistante il Duomo di Messina e per la statua del Nettuno. La storia di Messina violentemente distrutta dai grandi sismi del 1783 e 1908 è la storia di quelle costruzioni e di quei materiali impiegati per la realizzazione nei numerosi edifici. Il recupero e la conservazione di questi, rappresenta un continuum evolutivo del costruito, poichè le pietre raccontano le storie felici e tristi delle città.

Lau.Ra.

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Una fabbrica di ghiaccio a Messina

In una città dove l’industria prendeva sempre più piede, le comodità erano un traguardo non più relegato alle famiglie nobili o benestanti, ma diventava un traguardo che potevano raggiungere gli operai.
Da che, intorno al 1850 e fino al 1857 si segnalava a Messina, la fabbrica di ghiaccio dei Fratelli De Pasquale.
Questa fabbrica possedeva 10 cave di raccolta e numerosi carri, per lo smercio e l’approvvigionamento.
Ne consegue che, la manodopera fosse alquanto necessaria, surrogando il lavoro con 40 operai.

Alessandro Fumia

Lo stabilimento tessile di Gaetano Ainis da Messina

Un imprenditore come tanti in quella città di Messina nel XIX secolo che puntava a migliorarsi sempre. Ebbe iniziato presso il Ringo, una località a qualche chilometro di distanza, nella  riva settentrionale della città di Messina allocandovi una filanda,  e una fabbrica per la stampa dei tessuti di cotone; questa fabbrica, fu ulteriormente ingrandita e nel 1855, realizzò un grandissimo stabilimento industriale.
Nel 1858 vi aggiunse la tessitura meccanizzata, utilizzando tre macchinari a forza cavalli vapore, con 5 caldaie della potenza complessiva di 75 cavalli: le quali alimentavano pure, 102 telai e tutte le altre decine di macchine, necessarie per la completa lavorazione dei filati tessili, consumando 1200 tonnellate di carbone all’anno.
Si lavoravano in questo stabilimento annualmente, 500 balle di cotone filato, del peso di quintali 3200. Oltre diverse droghe necessarie per la coloritura e la stamperia dei filati per un peso di due quintali e mezzo; producendo 25 pezze di tessuto grezzo, lunghe cadauna 24 metri. Per lo più il tessuto filato stampato con queste tecniche lavorative, ammontava annualmente a 60000 pezze in tessuti diversi.
Vi prestavano opera: 1600 tessitrici, 50 scolare, 200 operai, 3 direttori, 6 fuochisti, 2 macchinisti, 4 incisori,  3 custodi pagandoli per salario, da un tarì a una onza. Cioè da lire 0,42 a lire 12,75 giornaliere.
Grazie ad altre carte, in rapporto a questo stabilimento, oggi diremmo il suo indotto, prendevono opera altri 400 operai.
Tale stabilimento, in modo diretto e in modo indiretto, forniva lavoro a 2270 operai messinesi.

Alessandro Fumia

Fabbriche tessili dei fratelli Ottavini di Messina

L’industria  messinese nelle tessiture non solo era riuscita ad imporsi su tutta la Sicilia, ma si stava trasformando in una vera e propria holding. Il sigillo di qualità ed operosità dato dal governo regio agli industriali di Messina, la loro forza lavoro e i rispettivi Istituti di Credito, erano riusciti negli anni trenta del XIX secolo, a creare una realtà industriale impressionante.
Essi non solo erano in grado di lavorare notevoli quantità di merce grezza, ma erano allo stesso tempo riusciti, a costruirsi le macchine e gli impianti atti allo scopo.
Un esempio lampante di questa sinergia industriale, lo abbiamo attraverso gli impianti, che i fratelli Ottavini di Messina, nel 1851 crearono a Cosenza e nel rispettivo distretto demaniale. Formando la manodopera e realizzando prodotti di alta qualità tessile.
Impiantarono opifici, filande, fabbriche per la costruzione di macchine utensili per lavorare: la seta, il lino, il mussolinone e l’organza, creando un complesso quasi auto sufficiente, che dava lavoro a 1500 operai.

Alessandro Fumia

Stabilimento di Francesco Manganaro a Messina

Una memoria gloriosa vissuta a Messina, quella che ricorda lo stabilimento per la produzione di macchine a vapore di Francesco Manganaro; colui che fonderà l’Istituto scolastico Archimede.
Quella realtà industriale, operativa al tempo del governo dei Borboni delle due Sicilie, avrà un seguito anche, durante l’unità d’Italia.
Nell’arco  della sua costituzione venne più volte premiata. Dalle sue officine provenivano i mastri meccanici che ebbero a realizzare alcune invenzioni, rivoluzionarie per i tempi.

Alessandro Fumia

Giovanni Papa da Messina – inventore idraulico

Nella fortunata annata del 1850,  risulta annoverata un’altra invenzione meccanica, frutto dell’intelletto di Giovanni Papa da Messina. Questa macchina sembra accomunabile, alle prime pompe idrauliche, spinte da cavalli motore a vapore,  che serviva nella distribuzione delle acque, nella lavorazione nell’industria tessile; trovando applicazioni anche per impianti idrici pubblici e privati, nella distribuzione dell’acqua potabile.
Non si conosce il numero dei pezzi prodotti e fino a quando, si mantenne la sua commercializzazione.

Alessandro Fumia