Giorno: febbraio 11, 2011

Fabbrica di spirito di vitriolo a Messina

In ambito industriale la città di Messina, al tempo del governo Borbonico, era un crogiuolo di iniziative e di impresa.
Tra le tante applicazione della sua industria chimica, oltre ai sali basici, agli inchiostri organici e ai solventi, vi impiantarono stabilimenti industriali per la produzione di spirito di vitriolo: oggi comunemente chiamato, acido solforico.
Anche se il campo di applicazione non era poi così vasto, e il prezzo al dettaglio non favoriva la sua commercializzazione, a Messina si produceva il 60% della produzione nazionale.
Questo è indice di tanti fattori, ma primo fra tutti, la Città dello Stretto, puntava a divenire il perno commerciale ed industriale del Regno in Sicilia. Il Senato di Messina, oltre ad intervenire attivamente, sovvenzionando i progetti per garantire lo sviluppo dei traffici messinesi, prestava grosse somme di denaro con bassi interessi. Affinché l’imprenditore di turno, fosse invogliato ad aprire una attività commerciale o industriale.
La moltiplicazione del credito, era una scienza che i messinesi conoscevano molto bene.

Alessandro Fumia

Francesco Faranda da Milazzo

Francesco Faranda nacque a Milazzo agli inizi del XVII secolo.
Le cronache lo ricordano come un uomo da bene, ligio ai suoi doveri di ufficiale municipale e caritatevole verso i bisognosi.
Documenti del tempo, lo raffigurano come una vera e propria maschera, caratteristica di questi luoghi. Era sicuramente un eccentrico personaggio, quando nelle veci di archivista, di usciere o di sacrestano, attendeva alle sue mansioni. Aveva un comportamento molto ossequioso verso l’autorità. Molti sono gli aneddoti che lo mettono in risalto; durante la sua vita pubblica, era uno dei pochi che come cameriere municipale, poteva vestire di una divisa color cremisino, con toga e bastone pomellato in argento come un vero Giurato del passato. Durante una visita ufficiale di una qualunque personalità non mancava mai, di apparire in ordine e in perfetta divisa. Il suo zelo sul lavoro, lo portava in giro fra la gente, fra i bisognosi. Aveva delle abitudini un poco bislacche, che a prima vista creavano molto imbarazzo ed inquietudine. Durante l’ora di pranzo, sulla sua tavola non doveva mancare un teschio umano. Non si preparava a criminali attività. Era un modo simbolico per insegnare ai suoi figli e a sua moglie che tutti, siamo fatti allo stesso modo, nessuno escluso. Per tanto, riempiva una grossa caldaia di carne e di cibo che  lesinava con i suoi, non prima di recarsi al carcere di Milazzo e sfamare tutti quei carcerati, che erano indigenti. Quello che ne rimaneva, sarebbe stato suddiviso con la consorte e la prole. Girava per le strade a convertire i peccatori con un libercolo intitolato delle sette trombe. Era il suo contributo alla vita, che ogni buon cristiano dovrebbe compiere. Un giorno trovatosi sull’uscio del Senato di Milazzo, fu malmenato da un Senatore, seccato a suo dire di una monelleria del Faranda. Il poveruomo sorpreso da quel gesto inconsulto, si inginocchiò ai suoi piedi, baciando il suolo che calpestava e gli porse l’altra guancia; mettendo in pratica uno degli esempi che lasciò Nostro Signore. Il Senatore sorpreso del gesto, scoppiò in lacrime, abbracciando quel santo uomo. Tutta la sua famiglia venne ricordata in quel periodo, avendo i 4 figli e la sua unica figliola, abbracciato i voti monastici, distinguendosi  entrambi, come figure spirituali alte e particolari.

Alessandro Fumia

L’alluvione di Messina del 1855

Messina terra amara, sempre in lotta con le manifestazioni della natura, sempre risorta per volontà assoluta della sua gente.
Non bastarono terremoti, incendi, carestie o epidemie a volte, anche tremende alluvioni hanno sconvolto il suo territorio.
Attraverso la lettura di una lettera del professor Pietro Cuppari messinese, spedita all’Accademia dei Georgofili a Firenze, apprendiamo della disgrazia che occorse il 13 novembre 1855.
Un devastante turbine d’acqua piovana si è abbattuto su Messina per quattro giorni ininterrottamente, sconquassando tutto il territorio da meridione fino a settentrione; un temporale estraordinario di cui non trovassi esempio d’uomo occorso  a Messina in passato, in quelle ridenti contrade, ha ingrossato furiosamente le acque dei torrenti allagando, distruggendo campagne floridissime ed intere borgate, trascinando alla perdizione alberi, colture, abitazioni ed uomini. Lasciando dietro di se solitudini, deserti di pietre, sabbie e terriccio fangoso. Nessun villaggio fu immune dal disastro: mentre quelli posti a nord furono grandemente travolti, da sabbie smosse da imponenti sommovimenti idrici, a meridione non da meno, la natura geologica pietrosa di quei luoghi, aveva recato danni più o meno gravi, tranne verso il villaggio di Tremestieri letteralmente scomparso. Le acque copiosissime cadenti ingrossarono fortemente la fiumana che scorre sopra il villaggio rompendo l’angolo di una sponda; abbandonando l’antico letto, la furia dell’acqua piovana si fece strada, aprendosi un nuovo letto  passando dove c’era il villaggio di Tremestieri. Le case furono travolte, gli orti sommossi, le vie squarciate, i muri divelti, le campagne tutte attorno allagate; producendo al sopra e al disotto di tale rottura escavazioni di terra profondissime, modificando persino la pendenza del territorio, molto più ripido adesso che prima.

Alessandro Fumia