Un piano del governo italiano per annientare l’industria messinese

La crisi in cui si è precipitata l’economia del XXI secolo, e quella siciliana in modo particolare, oggi può dirsi che fu figlia dei tempi.
L’economia di un territorio può svilupparsi, se ci stanno le condizioni economiche che la rendono possibile. Molte condizioni devono concorrere perché ciò accada; non solo il fattore monetario concorre alla ricchezza, ma anche quello politico, diventa importante affinché sia possibile raggiungere i traguardi sperati.
Raccontare di Messina come città industrializzata è una utopia. Un tempo però, quando in queste terre il governo apparteneva ai Borbone, non solo questo si manifestò, ma  il sovrapporsi di tante congiunture favorevoli, crearono le basi per imporre, il modello messinese nel territorio isolano  e alla nazione.
Messina nella prima metà del XIX secolo, attraverso il suo porto  commerciale, seppe costruire dal nulla, un grande e variegato tessuto industriale: fatto di credito, di commercio, di iniziativa pubblica e privata, fatto di studio, lavoro ed ingegno.
Era divenuta una città aperta alle novità commerciali, accogliendo stabilimenti manifatturieri, tessili, siderurgici, chimici, meccanici, botanici, cementifici e finanziari.
In questo territorio non esisteva disoccupazione femminile e neppure maschile. I suoi imprenditori, giunsero sul punto, di ampliare il loro orizzonte finanziario e commerciale: impiantando in altre parti in Sicilia e in Calabria, nuove realtà industriali.
Essi possedevano in città, 6 istituti di credito, compagnie assicurative, di mutuo soccorso, uffici finanziari, di cambio valuta, agenzie per il controllo dei pacchetti azionari e una camera di commercio, prima fra le prime nel regno di Napoli. Non solo il suo porto era una fonte invincibile di guadagni, ma anche un nuovo territorio a sfruttamento industriale, aveva accresciuto ancora in modo considerevole i suoi flussi economici.
Eppure accadde che con l’avvento dell’unità italiana, per volontà del governo di Firenze prima e di Roma in seguito, che Messina abbia perduto, quello che seppe costruirsi, spazzato via per volontà parlamentare.
Fu studiato un piano di smobilitazione economico e patrimoniale, che puntava ad impoverire il suo territorio industriale. La ricetta del parlamento italiano nei primi tempi, aveva l’intenzione di derogare la ricchezza, di pochi a vantaggio di tanti. Fu soppresso il porto franco, fu impedito l’incameramento di alcuni dazi territoriali, che servivano per veicolare le merci messinesi, nel mercato interno in Sicilia. Fu impoverito il credito, favorendo l’associazione e la fusione degli istituti di credito, e la rispettiva delocalizzazione finanziaria. E se ciò non bastava, fu creato un cartello speculativo per contrastare il commercio di Messina su vasta scala.
I prodotti industriali di Messina, subirono un innalzamento dei costi di produzione che resero le merci non competitive sui mercati nazionali ed esteri. Messina si ritrovò a compete con il Piemonte e la Lombardia per tipologia di produzione. In verità era già accaduto in passato questa contingenza, ma il governo di Napoli, aveva aiutato l’industria messinese, creando degli accorgimenti di tutela del credito, sui prodotti provenienti da quella città.
Pura fantasia oppure verità? Oggi si commenterebbero questi  fatti di un remoto passato, come demagogia post unitaria, come disinformazione storica e disonestà intellettuale.
La nostalgia la lasciamo agli analisti, qui si parla a ragion veduta e suffragati da documenti che provengono, dagli ordini  ufficiali e burocratici dell’Italia, redatti in un periodo storico, lontano da fraintendimenti o cattive suggestioni.
Un documento interessante, quello costituito nel 1895 dalla,
Direzione Generale di Statistica per la tutela del Lavoro e lo Sviluppo, quando a pagina 88 prendeva atto, del disastro causato alla più grande realtà industriale di Sicilia.
“….Eccellenza, la crisi messinese dell’anno 1895, è la causa di una sbagliata  politica economica; esistevano in Messina, numerose e fiorenti fabbriche, nei svariati settori industriali. Per la concorrenza delle fabbricazioni Piemontesi, Lombarde ed estere, le fabbriche messinesi, prima decaddero e poi scomparvero, e i suoi operai in gran parte emigrarono.”

Alessandro Fumia

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