Giorno: febbraio 9, 2011

L’Accademia Carolina di Messina

Fondata il 25 novembre 1822, nasceva in Messina una struttura importante, per una città che aspirava a crescere anche in campo medico; già primeggiando in altri settori della vita pubblica, didattica, commerciale  ed industriale.
La prima struttura prevedeva, la nascita dell’Accademia e del Collegio Carolino. Il rispettivo controllo di questa istituzione, fu affidato a un comitato di salute pubblica composto: dall’Arcivescovo di Messina, dal suo Sindaco, e da 2 deputati biennali.
Fu approvato il corpo didattico per l’istruzione, ed insediata la prima Cattedra di Ostetricia e di Anatomia. Successivamente, il 21 agosto 1825 fu insediata una Cattedra di Clinica Cerusica.
Trovando i locali della Accademia sempre più angusti rispetto ai progetti accorpati, man mano che la sua fama progrediva e con essa la rispettiva funzionalità, il 20 marzo del 1829 i locali della Accademia, vennero ampliati per accogliere le aule, atte all’insegnamento delle dimostrazioni anatomiche; mentre, il 14 marzo 1836, vennero ulteriormente potenziati i locali della Real Accademia, creando un ufficio per indirizzo didattico che controllava, una scuola ad indirizzo per il disegno,  e una scuola per l’incisione.
Infine, il 29 luglio 1838, un Decreto Regio elevava la Reale Accademia Carolina ad Università.

Alessandro Fumia

Un piano del governo italiano per annientare l’industria messinese

La crisi in cui si è precipitata l’economia del XXI secolo, e quella siciliana in modo particolare, oggi può dirsi che fu figlia dei tempi.
L’economia di un territorio può svilupparsi, se ci stanno le condizioni economiche che la rendono possibile. Molte condizioni devono concorrere perché ciò accada; non solo il fattore monetario concorre alla ricchezza, ma anche quello politico, diventa importante affinché sia possibile raggiungere i traguardi sperati.
Raccontare di Messina come città industrializzata è una utopia. Un tempo però, quando in queste terre il governo apparteneva ai Borbone, non solo questo si manifestò, ma  il sovrapporsi di tante congiunture favorevoli, crearono le basi per imporre, il modello messinese nel territorio isolano  e alla nazione.
Messina nella prima metà del XIX secolo, attraverso il suo porto  commerciale, seppe costruire dal nulla, un grande e variegato tessuto industriale: fatto di credito, di commercio, di iniziativa pubblica e privata, fatto di studio, lavoro ed ingegno.
Era divenuta una città aperta alle novità commerciali, accogliendo stabilimenti manifatturieri, tessili, siderurgici, chimici, meccanici, botanici, cementifici e finanziari.
In questo territorio non esisteva disoccupazione femminile e neppure maschile. I suoi imprenditori, giunsero sul punto, di ampliare il loro orizzonte finanziario e commerciale: impiantando in altre parti in Sicilia e in Calabria, nuove realtà industriali.
Essi possedevano in città, 6 istituti di credito, compagnie assicurative, di mutuo soccorso, uffici finanziari, di cambio valuta, agenzie per il controllo dei pacchetti azionari e una camera di commercio, prima fra le prime nel regno di Napoli. Non solo il suo porto era una fonte invincibile di guadagni, ma anche un nuovo territorio a sfruttamento industriale, aveva accresciuto ancora in modo considerevole i suoi flussi economici.
Eppure accadde che con l’avvento dell’unità italiana, per volontà del governo di Firenze prima e di Roma in seguito, che Messina abbia perduto, quello che seppe costruirsi, spazzato via per volontà parlamentare.
Fu studiato un piano di smobilitazione economico e patrimoniale, che puntava ad impoverire il suo territorio industriale. La ricetta del parlamento italiano nei primi tempi, aveva l’intenzione di derogare la ricchezza, di pochi a vantaggio di tanti. Fu soppresso il porto franco, fu impedito l’incameramento di alcuni dazi territoriali, che servivano per veicolare le merci messinesi, nel mercato interno in Sicilia. Fu impoverito il credito, favorendo l’associazione e la fusione degli istituti di credito, e la rispettiva delocalizzazione finanziaria. E se ciò non bastava, fu creato un cartello speculativo per contrastare il commercio di Messina su vasta scala.
I prodotti industriali di Messina, subirono un innalzamento dei costi di produzione che resero le merci non competitive sui mercati nazionali ed esteri. Messina si ritrovò a compete con il Piemonte e la Lombardia per tipologia di produzione. In verità era già accaduto in passato questa contingenza, ma il governo di Napoli, aveva aiutato l’industria messinese, creando degli accorgimenti di tutela del credito, sui prodotti provenienti da quella città.
Pura fantasia oppure verità? Oggi si commenterebbero questi  fatti di un remoto passato, come demagogia post unitaria, come disinformazione storica e disonestà intellettuale.
La nostalgia la lasciamo agli analisti, qui si parla a ragion veduta e suffragati da documenti che provengono, dagli ordini  ufficiali e burocratici dell’Italia, redatti in un periodo storico, lontano da fraintendimenti o cattive suggestioni.
Un documento interessante, quello costituito nel 1895 dalla,
Direzione Generale di Statistica per la tutela del Lavoro e lo Sviluppo, quando a pagina 88 prendeva atto, del disastro causato alla più grande realtà industriale di Sicilia.
“….Eccellenza, la crisi messinese dell’anno 1895, è la causa di una sbagliata  politica economica; esistevano in Messina, numerose e fiorenti fabbriche, nei svariati settori industriali. Per la concorrenza delle fabbricazioni Piemontesi, Lombarde ed estere, le fabbriche messinesi, prima decaddero e poi scomparvero, e i suoi operai in gran parte emigrarono.”

Alessandro Fumia

Il postimpressionismo astratto di TOGO all’Università di Messina

E’ in corso di svolgimento nell’atrio dell’Università degli Studi di Messina, la mostra di Togo (Enzo Migneco), pittore nato a Milano nel 1937, vissuto negli anni della sua giovinezza a Messina, città di origine della famiglia. La fine degli anni cinquanta lo vede partecipe a mostre e rassegne artistiche nella città dello Stretto, dove tiene anche la sua prima personale. E’ di questi anni l’incontro con altri artisti e giovani intellettuali tra cui Enzo Celi, Alvaro Occhipinti, Alfredo Santorio, Antonio Cucinotta, Nino Rigano, Sandro Giliberto, Bruno Samperi, Mario e Renato Corrieri, Ernesto Lombardo, Salvatore Brancato e Michele Spadaro con il quale apre il suo primo studio nel 1960.
Il Rettore, Prof. Francesco Tomasello, sostiene che “L’Università di Messina considera un privilegio poter ospitare le opere del pittore Togo proprio perchè ritiene suo compito istituzionale organizzare eventi culturali dotati di forte capacità suggestiva ed evocativa. Questa mostra sollecita tutti e soprattutto i giovani a riappropriarsi della loro identità e delle radici autentiche della loro esistenza”.
Come osserva, invece, la Prof. Teresa Pugliatti nella piccola biografia su Togo, apparsa nel catalogo offerto gratuitamente a tutti i visitatori della mostra,  “già dai primi anni Sessanta, cioè fin dai suoi primi inizi di pittore, le immagini di Togo sono “impressioni” e mai tendenza a cercare la struttura delle forme, che proprio intorno all’89 egli realizza con assemblaggi geometrizzanti, pur se mai senza gli immancabili riferimenti naturalistici”.
Infine, il Prof. Luigi Ferlazzo Natoli dice che “i quadri di Togo nascono dalle immagini del paesaggio mediterraneo, da lui, come sembra, sentito addirittura visceralmente: e per ciò stesso egli attribuisce ai suoi dipinti dei titoli che a quel paesaggio si riferiscono; e le visioni pittoriche corrispondenti sono così intimamente intrise di tali impressioni che costringono a riconoscerle anche quando siano espresse con delle sintesi quasi criptiche.”

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LE ULTIME POSTAZIONI DIFENSIVE DI FARO SUPERIORE

Faro Superiore è un antico e grande insediamento ubicato sostanzialmente a monte di due importanti torrenti (Guardia, Papardo), intesi come principali via di collegamento mare – monte, quindi facili vie di penetrazione nemica. Anche a Faro dunque la secolare difesa del territorio non si arrestò con l’edificazione di batterie costiere di grosso calibro negli ultimi 20 anni dell’Ottocento (come la batteria Serra la croce), ma continuò in modo particolare dagli anni 1935-36 sino al 1943 con la messa in opera da parte del Genio Militare, di moderni sistemi difensivi rispondenti ai nuovi criteri di individuazione e offesa nemici terra- mare- aria. Anche la zona di Faro fu quindi interessata dall’edificazione di varie opere militari appartenenti all’ultimo impianto difensivo permanente di Messina in ordine cronologico, detto FAT- fronte a terra ovvero un insieme di varie opere difensive poste a controllo di porti e piazze di una certa importanza, che tutt’oggi cinge come un anello il territorio di Messina (all’epoca Piazza autonoma della RM) proteggendola da tergo al fine di evitare penetrazioni nemiche all’interno.
A dimostrazione della necessità di porre il villaggio di Faro a sbarramento di importanti vie utilizzabili dal nemico per occupare porzioni di territorio contenenti strutture militari importanti (polveriere ecc), è ancora visibile un nutrito gruppo di opere edificate tra il 1942 e il 1943. Esse sono comunemente dette bunker, ma in realtà si tratta di pcm, postazioni circolari monoarma (una postazione – un’arma) o pluriarma (una postazione -più armi) poste a controllo dei suddetti torrenti. Le ridotte dimensioni (elementi puntiformi) e il perfetto mimetismo non sono casuali, ma rispondenti alle necessità economiche e difensive dell’epoca, che dovevano adattarsi ai nuovi concetti e usi offensivi nemici, in modo particolare da terra e dall’aria (sbarchi anfibi, aviolanci,) ma soprattutto sottrarsi  all’avvistamento e all’offesa aerea, strumenti utili a creare le condizioni di avanzata e vittoria degli eserciti in epoche moderne.
Nello specifico il notevole gruppo (uno dei più cospicui della città) di postazioni rilevato a Faro Superiore, è costituito da opere  in calcestruzzo non armato in casamatta o a cielo scoperto, resistenti al piccolo – medio calibro, utili ad ospitare armi leggere quali fucili automatici, mitragliatrici leggere (Breda 30- 37 o Fiat 35), ma anche cannoni controcarro di piccolo calibro ( 47 o 75 mm). La funzione specifica era quella di sorvegliare e impedire l’accesso nemico alla importante zona militare di Campo Italia (la più munita della città), ricca di polveriere, depositi munizioni, presidi, batterie di artiglieria ecc. Ciò spiega tale massiccia presenza di opere organizzate per la difesa reciproca e controllo a 360 gradi del territorio in cui sorgono. Nell’area Faro- Papardo e Faro- Guardia in totale vi sono  infatti 12 singole opere :
2 postazioni pluriarma (interessanti opere edificate solo in Sicilia, composte da tre piani di cui: uno ipogeico, il secondo per artiglieria controcarro, il terzo per arma leggera), 6 postaz. monoarma, 1 postaz. controcarro protetta, 2 in barbetta (cielo scoperto) e una postaz. scoperta a pozzo del tipo Tobruk.
Più cospicuo è lo sbarramento sul torrente Papardo, ad est con la presenza a valle di una postazione per arma leggera e una uguale ma con annessa piazzola controcarro scoperta e collegata a trincea scoperta attiva, e poco più a monte con l’altro gruppo, composto da una postazione pluriarma, due monoarma, una controcarro protetta e una a pozzo del tipo Tobruk. A sud del villaggio (pressi cimitero), vi sono invece le altre tre opere a controllo del torrente Guardia di cui: una postazione pluriarma, una monoarma e una monoarma con annessa piazzola controcarro scoperta.
All’epoca le opere  non si presentavano così come si vedono oggi, ma erano mimetizzate mediante colorazione policroma mimetica che si adattava all’ambiente circostante, inoltre si aggiungevano pannelli e reti mimetiche, vegetazione o in diversi casi anche roccia locale.
In realtà esse non furono mai utilizzate attivamente per contenere incursioni nemiche, limitandosi ad attività di controllo e presidio. Infatti nonostante già dal 1941 i comandi  alleati avessero considerato nell’ambito dei primi piani (poi non attuati) di invasione della Sicilia, sbarchi diretti su Messina e nel 1943 anche operazioni di aviolancio, la guerra nello stretto arrivò sottoforma di battaglia aereonavale, che non risparmiò Faro Superiore in quanto appunto ubicato nei pressi di importanti aree militari.
Tale tipologia di opere rappresenta di fatto l’ultimo periodo bellico quindi storico in ordine cronologico, nonché il tassello finale della catena evolutiva dei sistemi difensivi eretti nei secoli nella nostra città.

Armando Donato