Giorno: febbraio 8, 2011

Il conio dei bolli della Dogana di Messina

Ripescato quasi per caso, nelle collezioni delle leggi e dei decreti del Regno delle due Sicilie, la scrittura e la realtiva tavola che descriveva: la forma, la figura, l’etichetta e il fine della medesima bollatura doganale. Da queste carte è palese una precisazione non di poco conto, molto importante per comprendere il meccanismo dei valori espressi.
Malgrado che la Regia Dogana avesse preso seri provvedimenti, in materia di falsificazioni e di frodi, il Pubblico Archivio della Dogana di Messina, era costantemente impegnato a scovare le ripetute truffe ai danni dei suoi prodotti, riconosciuti dagli speculatori di alta qualità.
Un esempio lo troviamo nella cedola del 11 settembre 1835, segnata nel quaderno numero 123, nel numero di ordine 3028 a pagina 102 dove si leggeva: Decreto numero 3028 che accorda la facoltà per la collocazione per le pelli e per i cuoi della fabbrica di Giuseppe Morganti e compagni di Messina. Il bollo di cui si farà uso, avrà nel mezzo, l’emblema della Trinacria con la leggenda in giro – Regia Dogana di Messina – Fabbrica di pelli e cuoio di Giuseppe Morganti e compagni.
La sua forma era ellittico ovoidale.

Alessandro Fumia

Il crest di Messina nel 1672

Durante i primi sommovimenti di popolo in Sicilia, al tempo in cui governava Carlo II di Spagna, accadde un fatto singolare: le due città principali ovvero, Palermo e Messina con spirito di fratellanza, si scambiarono dei doni, una sorta di porta insegne delle rispettive città. Erano simboli che possedevano tanti significati non ultimo quello religioso, ma appartenevano a un mondo lontano dal nostro, dove non bastano mille parole per intendersi. Allora, un segnale, un oggetto esemplificava un discorso infinito.
I palermitani, fecero giungere a Messina una statua di argento, nelle sembianze della loro santa protettrice, l’umile Rosalia.
Il Senato di Messina, prontamente, fece spedire un gran collare d’oro, con al centro un medaglione, sul quale v’erano incise: sul d’avanti una immagine della Madonna della lettera in atto benedicente e sul retro, una donna nelle sembianze di Messina.  Vestita di corazza con uno scudo, nelle quali armi compariva la croce di Arcadio.
Un vero e proprio crest dei nostri giorni, ma che nascondeva un messaggio.
I palermitani invitavano la loro protettrice ad assistere i messinesi. A loro volta, i  messinesi, inviarono l’immagine della Vergine SS a proteggerli, mentre in altro verso, loro si mostravano come in antico: pronti a resistere all’aggressore di turno. Quando si dice, che gli storici, travisano la verità storica, quella scritta dal popolo, e non da loro penne avvelenate.

Alessandro Fumia

Una carta marittima per lo Stretto di Messina

I traffici intensi che si aumentavano sempre più nel XIX secolo, adesso favoriti dall’avvento del vapore come mezzo di locomozione, rendeva necessaria, lo studio delle acque del Canale di Messina. Famoso per i suoi pericoli, questo braccio di mare, fu studiato come mai si era visto prima. Nel  1838 per volontà della Corona di Napoli, si lavorava di scandaglio in tutta l’area di questo braccio di mare. Fu una vera impresa, ma fruttuosa. Una carta veramente parcellizzata, suddivisa in quattro fogli: in essa si annotarono non solo le sporgenze della costa con i sui seni, le sue punte, i suoi scogli sommersi e le baie delle fiumane che ponevano a serio rischio, la navigazione sottocosta per gli addensamenti sabbiosi e per i bassi fondali creati dai riverberi di acqua dolce. Ma si registrarono anche i movimenti dei marosi con i refoli e contro refoli; con le maree scendenti e montanti e gli orari per i cambi di flusso in entrata e in uscita completa di rosa dei venti. Insomma, una esaustiva rivoluzione figlia dei giorni moderni.

Alessandro Fumia

La Lapide di Costanza d’Altavilla tornerà al Duomo?

Sabato 12 febbraio, in occasione della Notte della Cultura 2011, la Lapide di Costanza d’Altavilla potrebbe tornare in via definitiva nella Basilica Cattedrale di Messina, suo sito d’origine sin dal 1198.
L’evento, curato dal Comune della Città Peloritana e dalla stessa Cittadinanza, prevede che il monumento venga ricomposto la sera stessa del 12 febbraio, presso il Duomo, con ben due conferenze: la prima, a partire dalle ore 22.00 (fino alle 23.00) ed una seconda, dalle h. 24.00 all’1.00 del mattino. Un appuntamento, dunque, da non perdere, poichè è di fondamentale importanza storica non solo per Messina, ma per tutta la Sicilia.

La viticoltura messinese

La viticoltura messinese ha una storia antichissima i cui albori risalgono all’età Micenea (XIV sec. a.C. circa), come attestano reperti rinvenuti soprattutto nelle Isole Eolie. Segni inequivocabili della coltivazione della vite in provincia di Messina appaiono nelle monete di Naxos (550-530 a. C.) e di Lipari (400-309 a. C.): le prime, le più antiche ritrovate con i simboli del vino, raffiguravano la testa di Dionisio e un grappolo d’uva, mentre le seconde un grappolo d’uva, oppure Efesto con un grappolo d’uva e un delfino.
Sui due stipiti ai lati della porta centrale del Duomo di Messina, risalente all’XIII secolo, l’unica sopravvissuta al disastroso terremoto del 1908, sono scolpite, accanto ad episodi noti della Bibbia, scene che riportano puttini nell’atto della vendemmia, a dimostrazione dell’importanza che la viticoltura aveva assunto già in quell’epoca.
Nel XIX secolo tutte le zone litoranee della Provincia erano coltivate a vite.
Già nella prima metà dell’Ottocento la superficie vitata era pari a 18.000 ettari, ma il culmine di questo processo espansivo fu toccato nel 1890-1894, quando gli ettari vitati giunsero a 40.000 e la produzione annua a ben 500.000 hl. In quel periodo i vini di Milazzo erano considerati tra i migliori vini da taglio, tanto da spuntare prezzi superiori agli altri vini della stessa categoria ed erano esportati in massima parte in Francia, ma anche nell’America del Sud, in Germania, in Svizzera, in Austria e nell’ Italia centro-settentrionale. Nelle isole Eolie, a parte la Malvasia, che si esportava anche in Inghilterra e nell’America del Sud, si producevano uve appassite come lo Zibibbo.
Da lì a poco l’invasione fillosserica colpì in maniera gravissima tutto il messinese; si pensi che nel 1929 si era scesi già a 21.000 ettari vitati. L’andamento decrescente delle superfici vitate è proseguito costantemente fino ai nostri giorni con gli attuali 800 ettari vitati.
Questo dato, però, non deve far pensare alla morte della vitivinicoltura messinese; al contrario, è stata imboccata con decisione la strada della produzione di qualità, nel cui ambito recita un ruolo da protagonista la D.O.C. “Faro”.

Stabilimenti di lavorazione e trasformazione cuoi a Messina

I messinesi da molto tempo, si erano specializzati nella lavorazione di grossi cuoi e le loro concerie, erano molto stimate.
Nel 1852 esistevano a Messina 8 stabilimenti di conceria, dove si lavoravano questi grossi cuoi, delle grandi e piccole pelli di vitello.
La più considerevole di queste fabbriche, realizzava annualmente la lavorazione di 25600 pelli di ogni specie ed occupava 143 operai.
Gli stabilimenti tutti di Messina riuniti, producevano: 35660 grossi cuoi, 14400 piccoli cuoi, 4800 pelli di vitelli, 10700 pelli di vitellino.
In totale producevano  65500 pelli di ogni genere.
Il guadagno si otteneva calcolando il peso e la manifattura che veniva stimata come segue: 5 grossi cuoi  corrispondevano a 79,3 kg;  11 piccoli cuoi corrispondevano a 79,3 kg.
La paga era di 12,75 giornali per 302 operai impiegati in questo settore, che produceva ogni anno, circa 1000000 di kg di prodotto lavorato nella sola Messina.
A fronte della produzione annua, di 1112000 kg di tutto il Piemonte e della produzione annua, di 2200000 kg di tutta la Lombardia.
Una quantità presso che identica, veniva prodotta a quella della sola Messina, nel restante parte insulare del regno di Napoli, quando in tutta la Sicilia, Messina compresa, se ne producevano 2000000 kg all’anno.

Alessandro Fumia

La miniera messinese della Figarella

Una miniera segnalata a Messina, denominata della Figarella, dalla quale si estraeva: piombo, rame, zinco ed antimonio non che, una certa quantità di argento, veniva segnalata con particolare risalto nel distretto demaniale di Messina.
Oggi non si riesce ad individuare il sito di questa miniera, discorreva la fonte, edita nel 1872 che tanto vanto, seppe riscuotere nella prima metà dell’ottocento.
Infatti, le condizioni economiche di Messina, in un arco di tempo molto ridotto, sotto il governo italiano mutarono radicalmente. Esse furono fatte oggetto, di una impressionante speculazione economico patrimoniale. Quando già il re, aveva abolito il porto franco, i dazi commerciali ed unificato gli istituti di credito, adesso scollati dalla realtà industriale di Messina. La dove non esisteva disoccupazione, prendeva piede, un male chiamato emigrazione di stato.

Alessandro Fumia