Giorno: febbraio 1, 2011

La Batteria MS 724 di Campo Italia

Le difese della città di Messina subirono profonde e radicali modifiche già a partire dalla metà degli anni Trenta del Novecento. In tale periodo venne costituita una prima “ossatura” circa i nuovi sistemi difensivi, in modo particolare le batterie di artiglieria e relativi strumenti di controllo, avvistamento e allarme, gestiti da personale appositamente addestrato.
Ciò era necessario in un periodo di tensioni internazionali (1936) nel quale l’Italia aveva appena concluso con successo la Campagna d’Africa, poiché gli ultimi impianti permanenti risalivano praticamente alla fine dell’Ottocento, edificati in epoche lontanissime (nelle quali tra le altre cose l’aereo non esisteva ancora) ormai vetusti da anni e, tiri di istruzione a parte, sostanzialmente mai utilizzati per gli scopi per i quali erano stati edificati, se si esclude un successivo breve e poco significativo periodo come quello della prima guerra mondiale, nell’area dello stretto poco significativa e strategicamente ininfluente ai fini decisionali del conflitto, vista l’ubicazione dei fronti di guerra.
Il territorio peloritano fu dunque dotato di moderni fronti armati (fronti a mare e successivamente i fronti a terra) composti da batterie contraeree, costiere o doppio compito di vario calibro, ubicate  a seconda del tipo di difesa da attuarsi, a varie quote e distanze dalla costa.
Un esempio eloquente dei tanti ancora ben visibili a Messina, è quello della batteria doppiocompito MS724 di Campo Italia, ubicata a quota 450 m poco distante dall’ex deposito munizioni di artiglieria, presso l’antico Piano dei Campi, poi Campo Inglese.
Si tratta di un’opera da considerarsi elemento puntiforme, proprio dell’architettura militare moderna, in sostituzione dei grossi e vistosi impianti costieri di impronta ancora ottocentesca, ovvero composto da strutture permanenti di piccole dimensioni, appositamente studiate per impedire l’avvistamento e l’offesa da terra -mare – aria, e anche economizzare i costi di realizzazione. Essa veniva all’occorrenza mascherata da apposti strumenti e l’area sorvegliata da armi leggere (negli anni 42- 43, anche dall’attuale sbarramento stradale sud, ancora ben visibile).
La batteria, denominata MS secondo le iniziali di “Messina”, cioè la Piazza marittima di cui faceva parte, era armata e gestita dai legionari della VI Legione Milmart (MVSN) e dipendeva dal Comando Gruppo Batterie “Nord Siculo”.
Il Reparto Dicat MS724 capace di tiro principale contraereo e secondario antinave, era armato con quattro (piazzole) complessi da 76/40 in barbetta su affusto Armstrong, disposti pressoché a quadrilatero con al centro l’edificio della direzione tiro, composto da un piano coperto e uno scoperto ad indicare la natura doppio compito della batteria.
Il tiro contraereo in caccia era diretto da una centrale automatica del tipo G1 e da una centrale speditiva del tipo “Bragadin”. Per il tiro contraereo fonopuntato, il fascio luminoso era diretto da un graduato il quale riceveva i dati in cuffia dall’aerofono (fotoelettrica fonopuntata). Più tardi furono introdotte delle colonnine di calcolo per la manovra a distanza con possibilità di eliminare in tempo reale lo scarto dovuto alla distanza tra aerofono e proiettore.
Per il tiro secondario antinave era invece disponibile una centrale di tipo speditivo “San Vito”, associata ad un telemetro stereoscopico Galileo da due metri di base e due tavoli previsori “Sias”.
Secondo le carte, esisteva presso la batteria un muro d’ascolto triplo a generatrice parabolica dotato di aerofono “Officine Galileo mod.40”, apparecchiatura elettromeccanica per il tiro a suono, e un calcolatore speditivo per gli sbarramenti tipo “Dicat Messina”. Per la difesa vicina erano presenti mitragliere di piccolo calibro.
La batteria prese parte  attiva agli eventi bellici in modo particolare dal 1940 al 1943, allorquando difese lo stretto e l’area circostante (la più munita dal punto di vista di installazioni militari varie) dalle tantissime incursioni aree alleate, coadiuvata dalle altre batterie nonché dalle flugabwherbatterien tedesche (Flak), che già dal 1942 erano a Messina coi famosi 88 mm e 20 mm. Tuttavia durante la guerra i poco efficaci 76/40 furono sostituiti con 4 nuovi pezzi da 90/53 Ansaldo, mentre  alcune documentazioni del luglio 1943 evidenziano la richieste di aggiunta di altri quattro  90/53 per aumentarne il numero ad 8 pezzi.
La batteria in tutti i suoi elementi è in perfetto stato di conservazione e sorge come affermato su un’area che fu già millenario luogo di campi, esercitazioni e presidi militari (di cui forse rimangono anche i resti del quartiere inglese edificato nei primi anni dell’Ottocento), senza dubbio la più munita di Messina in quanto ad opere varie, nello specifico: un deposito munizioni di artiglieria, 3 batterie costiere di fine Ottocento (Masotto, Crispi e Serra la croce), una batteria per cannoni da 75/27 su affusti di circostanza, 6 postazioni varie monoarma protette, 2 postazioni controcarro in barbetta, 3 postazioni in barbetta per arma leggera,  5 osservatori di batteria costiera e un osservatorio principale. Tutte opere edificate tra la fine degli anni Trenta e il 1942-43.
La batteria MS 724 rappresenta uno dei tanti esempi ancora ben conservati, relativi  all’ultima tipologia di sistema difensivo edificato a Messina e ampiamente utilizzato durante l’ultimo conflitto mondiale.

Armando Donato

Le Artiglierie della marina borbonica

Sul litorale di  Pace – Grotta o Grotte, sono da decenni visibili due grossi cannoni di marina in ghisa, recuperati nella spiaggia sottostante parecchi decenni addietro ed esposti lungo la riviera. Così come in altri casi, il ritrovamento dei pezzi, seppur a distanza di qualche centinaio di metri l’uno dall’altro, è avvenuto nei pressi di ex presidi militari, ubicati nell’importante tratto costiero sorvegliato a sud dal fortino della Grotta, antico fortilizio di cui oggi rimangono pochi resti, ma che di fatto era una fortificazione permanente armata di batterie. A nord poco oltre la fiumara Guardia la difesa spettava invece all’omonimo fortino, oggi non più esistente, ma ancora attivo nel 1810-12 e oltre, segnalato come punto fortificato nel 1864 e dismesso nel 1866.
Il fortino della Grotta, di antica fattura, fu già attivo durante la rivolta antispagnola (1674-1678) e armato dagli spagnoli durante l’assedio di Messina del 1718. Nel 1734 nei suoi pressi sbarcarono gli stessi spagnoli nell’ambito delle operazioni di riconquista della Sicilia. Il luogo fu armato con nuove artiglierie nel 1799 e dal 1803 al 1805 il fortino fu comandato dall’alfiere La Scala, rinforzato nel 1810 da una batteria e trinceramenti Inglesi, ancora armato nel 1812 e classificato nel 1815 come forte di quinta classe. Fu inoltre oggetto di studio degli ingegneri militari austriaci nel 1821-1823, nonché luogo di operazioni durante i moti del 1848, segnalato come punto fortificato nel 1864 e dismesso nel 1866.
In  questo luogo nell’aprile 1860 sbarcò Rosolino Pilo, esiliato a Genova in quanto rivoluzionario durante i moti del 1848 e che cadrà in azione con l’esercito garibaldino nel maggio 1860 presso Palermo, contro i reparti del col. Von Mechel.
Il design di questi due massicci cannoni evidenzia una tipologia di artiglieria navale palesemente più moderna e rifinita anche nel metodo di fusione, con forme più tozze e poco slanciate per facilitare la manovra sulle navi e quindi dotata di grossi spessori, culatte e cerchiature allo scopo di resistere alle fortissime pressioni esercitate dallo scoppio delle cariche, utili a compensare e assicurare le prestazioni ottimali contro le navi nemiche, la cui progettazione era parecchio migliorata rispetto ai primi anni del secolo.
I cannoni sin dal ritrovamento sono stati erroneamente attribuiti alla marina inglese e continuano ad essere denominati inglesi da media, studiosi e storici poco attenti, nonostante l’evidenza fatti riveli ben altra appartenenza.
Infatti in realtà si tratta di pezzi da 36 libbre della real marina borbonica, perfettamente uguali ai cannoni visibili in vari luoghi in Sicilia e Campania. Le artiglierie di questo tipo facevano parte dell’armamento primario dei vascelli da 74 cannoni, in questo caso verosimilmente il vascello Sannita, varato a Castellammare nel 1792, dotato di tre ponti e due batterie armate di cui una coperta. Il Sannita che armava 28 pezzi da 36, fu danneggiato dopo l’ultima importante missione di scorta a Palermo nel 1798 e portato nel 1799 in dismissione a Messina. Facile l’identificazione per via dello stemma posto subito innanzi al campo di lumiera, composto da una corona reale borbonica con ancora sormontata dalle iniziali “FR”, quindi Ferdinando Rex, ovvero Ferdinando IV di Napoli, re di Sicilia dal 1759 al 1816 con il nome di Ferdinando III, nonché Ferdinando I delle Due Sicilie dal 1816 al 1825. Si consideri che il sovrano inglese dell’epoca era Giorgio III (regno 1760-1820) la cui corona e monogramma “GR” riscontrabili sulle relative artiglierie  in corrispondenza degli orecchioni e anche sulle monete dell’epoca, non corrispondono palesemente con quelli in questione. La somiglianza o uguaglianza con cannoni di altre nazionalità, è giustificata dal fatto che molti stati commissionavano altrove (in particolare in Svezia) la fusione di artiglierie secondo progetti e design simili.
Sulla faccia dell’orecchione sinistro sono riportate le date di fusione (1789 e 1791) visibili anche sotto lo stemma, sull’orecchione destro vi sono invece le iniziali AB del produttore, ovvero una specifica fonderia svedese.
Le diverse date di fusione si rifanno al progetto (Napoli 1780) di istituire una grande flotta di vascelli e le successive produzioni dei cannoni in base al varo delle navi. A causa della scarsa qualità del “ferro del regno”, a partire dal 1772 nacquero negoziati per la fusione e l’acquisto di artiglierie in Svezia, in cui i materiali da impiegare erano certamente migliori. Di conseguenza partirono per la Svezia varie commissioni per l’acquisto di centinaia di artiglierie in sostituzione di quelle ormai obsolete e decrepite.
Considerata la tipologia di artiglieria, il motivo della presenza in tale luogo potrebbe spiegarsi con i resti di batterie costiere con cannoni dismessi da navi,  posizionati durante il periodo murattiano. Esiste infatti un documenti di archivio che descrivono il posizionamento nel 1799 di 12 cannoni da 36 libbre in zona Piedigrotta e Paradiso.
Tuttavia viste anche le date di fusione dei pezzi, una ipotesi più attendibile è quella riportata dal Marulli, circa due cannoni posizionati in loco nel 1848, anno dei moti rivoluzionari contro le truppe regie, ritiratesi nella zona falcata dopo aver lasciato gli altri presidi e circondate da decine di batterie siciliane di vario calibro. Tale fonte riporta infatti un lettera di Allegro del 19 giugno che racconta di due cannoni da 36 libbre sottratti dai rivoltosi all’arsenale nemico durante una sortita notturna presso il piano di Terranova, e posti in difesa costiera nel luogo del ritrovamento. Altre fonti confermano ciò riportando che durante i moti le truppe rivoluzionarie si impossessarono di 17 cannoni di grosso calibro appartenenti al dismesso vascello Sannita, ubicati presso i resti dell’arsenale del piano di Terranova. Infatti la necessità di posizionare artiglierie in questo luogo è ben evidente in una richiesta del 17 giugno 1848, fatta dal col. Miloro al direttore delle artiglierie siciliane col. Orsini, allo scopo di mettere in batteria appunto due cannoni presso Grotte e altri luoghi. Nello stesso tempo il piccolo parco delle artiglierie minori da 4 e 6 in bronzo e in ferro era stato raccolto proprio in questa zona. Il rinvenimento dei cannoni sulla spiaggia trova spiegazione nel fatto che, falliti i moti a causa dello sbarco di forti truppe borboniche a sud di Messina, i rivoluzionari dovettero rapidamente abbandonare questo e gli altri presidi della città e ritirarsi verso Milazzo.
Si tratta di reperti interessanti, in condizioni tutto sommato buone nonostante la grave mancanza di manutenzione e cura, l’ubicazione esposta agli agenti atmosferici , l’uso come contenitore di cartacce (dentro le volate) e anche gli vandalici, i cui segni più recenti sono databili al mese di settembre ottobre 2010, mentre altri danni erano già stati provocati anni addietro.

Armando Donato