Mese: febbraio 2011

Una fiera agro industriale nel comune di Malvagna in provincia di Messina

Nella ricerca di carte d’epoca per valorizzare il territorio provinciale, della Provincia di Messina, si va a recuperare notevoli documenti che illustrano, realtà dimenticate, di stampo agro industriali un tempo, fiore all’occhiello del territorio in oggetto.
In un Decreto legge del Regio Governo Borbonico numero 2325, del 23 giugno 1851, si segnalava quanto segue: col presente decreto numero 2325 , S. M. il Re, autorizza il comune di Malvagna in provincia di Messina a celebrare nel suo territorio, una fiera di manifatture e di animali, dal 22 al 27 luglio di ogni anno,  in occasione della festa di Sant’Anna Patrona del comune; serbate le prescrizioni contenute nelle sovrane risoluzioni del 2 di marzo e del primo giugno del 1826 vergato a Napoli 23 giugno 1851

Alessandro Fumia

Stabilimento industriale dei fratelli Manganaro di Messina

Dopo l’unità d’Italia, il complesso comparto economico messo su, dagli imprenditori Messinesi da circa mezzo secolo, doveva fare i conti con una condizione socio – politica altamente svantaggiosa. Pur riconoscendo a Messina, meriti e peculiarità fuori del comune, i parlamentari italiani, non presero a cuore le sorti della Città dello Stretto, ne della realtà industriale di Sicilia.  Anzi, si crearono delle condizioni sfavorevoli, arrecando gravi danni prima al credito e dopo al tessuto industriale siciliano. Malgrado ciò, i Messinesi, tentarono di competere contro gli speculatori e contro un governo italiano, assolutamente di parte, garante degli interessi Piemontesi e Lombardi.
Nel 1883 la famiglia Manganaro si dava al commercio e alla produzione industriale di essenze; specializzandosi maggiormente, nella commercializzazione dei prodotti derivati dal limone, soprattutto, quello prodotto nella Riviera settentrionale di Messina. Il succo, le bacche e la buccia, erano molto richiesti nell’arte culinaria e dolciaria, trovando svariate applicazioni. Lo stabilimento industriale dei fratelli Manganaro, dovette far fronte, durante la fase della costituzione della società e della costruzione degli impianti, esborsi di notevoli somme; in tale occorrenza, furono investite 610000 lire dell’epoca, cifra certamente notevole, trovandosi a competere con l’estero e con il mercato italiano. Malgrado tutto, non incontrava grandi spese di produzione, avendo la materia prima a portata di mano. Questo stato di cose, ne favoriva il guadagno, contenendo le spese di impianto. Ovviamente il governo Italiano a differenza di quello Borbonico, non fece nulla per tutelare tutte quelle eccellenze che provenissero dall’antico Regno di Napoli, vessandole in vario modo con imposte e tasse altissime sulle produzioni, giustificando questo comportamento, una necessità in favore delle fabbriche dei territori di Piemonte e Lombardia. Sempre arretrate e bisognose di tutela e di protezione per crescere; così come segnalavano gli atti parlamentari dell’epoca. Un comportamento niente affatto nascosto, ma una ipocrisia dettata a sentir loro, dalla necessità, di dare sostanza alle arretrate realtà industriali del nord d’Italia.

Alessandro Fumia

Monumento d’epoca nella antica Messina opera di Callone di Elide

Un monumento famosissimo nell’antichità, eseguito da Callone di Elide 420 a. C. a Messina.
Un fatto realmente avvenuto, riportato da innumerevoli autori del passato, racconta di un avvenimento luttuoso, accaduto nello Stretto di Messina, al tempo dei Messeni V secolo a.C. del quale, ne dà ampio ed esaustivo risalto Pausania nel suo libro 5 e 6.  L’accaduto, come è stato possibile ricostruire avvenne, intorno il 422 a.C. quando, durante una cerimonia annuale festeggiata a Reggio, gli abitanti della città di Messana, inviavano trentacinque paides ( fanciulli cantori), al seguito di un didaskalos e di un auleta. Questa ricorrenza era molto sentita fra i popoli dei Messeni e soprattutto dai Reggini dell’epoca. Per celebrarla, un gruppo di cittadini di Messana, attraversavano ogni anno, lo stretto su una imbarcazione, parata per l’occasione, che era popolata dai 37 elementi tutti musici più l’equipaggio del legno. Le fonti ragionano su questa ricorrenza, pensando che  fosse una:
(ές έορτήν τινα έπιχώριον ‘Ρηγινων). In quella occasione, la nave venne inghiottita dal mare alquanto agitato, e nessuno dei passeggeri ebbe salva la vita.
Nello stesso anno, il pubblico cordoglio dei Messeni si tradusse con un monumento, eretto nel foro della antica città di Messana e dedicato alla dea Olimpia. Fu chiamato il più grande statuario dell’epoca, Callone da Elide che realizzò, un possente monumento in bronzo con trentasette figuranti ossia: i  trentacinque fanciulli, il loro maestro e il suonatore di tibia. Qualche anno più tardi, fu chiesto che venissero realizzate delle epigrafi, poste dal sufista Ippia,  ai piedi di ogni statua con il metodo degli elegeia commemorativi.
Questo complesso monumentale bronzeo, venne ricordato anche in epoca bizantina. Si crede che avesse un posto distintivo, ancora  nella città romana di Messina. Purtroppo non sappiamo dove ricadesse questo notevole apparato artistico e quando se ne è perduta definitivamente la memoria storica.

Alessandro Fumia

‘A parrata missinisa, da Zancle a Messina

Varie sono state le lingue parlate nella nostra città. La primissima parlata fu quella sicula, lingua della quale abbiamo ereditato un vocabolo a noi molto noto: Zancle infatti era il nome della nostra città e questo perché in siculo significava “falce” ad indicarne la curvità del porto. Quando poi giunsero nell’VIII secolo a.C. i nuovi coloni greci, la maggior parte dei quali dalla Calcide, pur continuando a convivere con parte dei siculi rimasti, ben presto la lingua greca prevalse su quella sicula e più precisamente il dialetto ionico. Sarà proprio in questo dialetto che si svilupperà la grande poesia lirica della Sicilia orientale, tra i cui autori ricordiamo Ibico, Stesicoro, Botri e Alcmane. Su influsso del Lascaris vari autori come il Gallo e il Reina attribuirono a questi autori nascita messinese. Quando nel 491 a.C., Anassila occupa Zancle le cambia il nome in Messene. Stringendo un patto politico nel 478 a.C. con Gelone di Siracusa, Messene, secondo lo storico S. Greco, “passò a gravitare nell’ambito della grecità dorica” e il suo nome, doricizzato, divenne Messana. Secondo questa ipotesi dopo quasi tre secoli di dialetto ionico, nella città dello stretto si cominciò a parlare il dialetto dorico, in questo periodo operarono filosofi e matematici come Dicearco ed Aristocle, storici come Evemero ed Alcimo, costoro quasi sicuramente di nascita messanese. La lingua greca rimase la lingua ufficiale anche in epoca romana, grazie infatti alla testimonianza di epigrafi e ritrovamenti monetari sappiamo con certezza che a Messana la lingua greca restò quasi inalterata fino al I secolo d.c., inoltre la stessa ritualità religiosa veniva proferita in greco, il latino era per lo più parlato tra i nobili, le persone più eminenti e colte del tempo.
Successivamente lingua greca e romana cominciarono ad assumere una sola identità, fino a divenire quello che oggi gli studiosi definiscono “lingua volgare”, una parlata che assunse dei connotati specifici nelle diverse città e regioni italiane, ne sono un esempio “l’indovinello veronese” e l’iscrizione di Commodilla del IX secolo d.C.. Si svilupparono così i dialetti locali, nel nostro caso, “‘a parrata missinisa”. Per il formarsi del nostro dialetto, non indifferente dovette essere stato l’influsso della lingua araba diffusasi a Messina per almeno un secolo e mezzo durante la dominazione saracena che ebbe luogo tra il IX e l’XI d.C..
Tale rimase la parlata del popolo messine fino a quando non cominciò ad affermarsi il volgare toscano dapprima solmente tra i nobili e come lingua di pubblicazione successivamente come lingua nazionale con l’Unità d’Italia.
Nonostante infatti fino alla metà del cinquecento si continuava per lo pìù a pubblicare in latino, ne è un esempio indiscusso il Sicanicarum Rerum Compendium dell’abate Francesco Maurolico,  cominciava a diffondersi l’uso di pubblicare le  proprie opere nell’illustre dialetto toscano, la lingua di Dante Alighieri, la prima opera in questo senso messinese è ascrivibile al Cavaliere Buonfiglio che scrisse la sua “Messina del ‘600” in dialetto toscano.
Quindi nel ‘600 il dialetto toscano divenne lingua di “pubblicazione”, ma entrò in competizione con i vari dialetti locali solo sul finire dell’800 quando, dopo l’annessione al  Regno d’Italia nel 1861 il  toscano si affermò come lingua nazionale. Da quel giorno cominciò un processo inesorabile che porterà l’italiano a sopprimere sempre più le parlate locali fino a minacciarne l’estinzione. Oggi che potrebbe rischiare di sparire per sempre, quella “parrata”, tanto amata, tanto importante perchè “parrata” dei nostri avi e compagna di innumerrevoli vicende storiche, e sapendo che con essa sparirà anche una parte della nostra identità cittadina.

Antonino Romeo

L’antico quartiere Bresciano a Messina

Nella città medievale di Messina, dopo gli effetti dell’incendio che la devastò radendola al suo del 1157, vide nuove entità insediate rigenerare una pianta sempre verde. Il nervo che ha sempre contraddistinto i messinesi nel passato,  si è mantenuto vivo ed attivo. Mai domi delle sventure arrecate dai eventi funesti, dalle calamità della natura o dalle iniquità del genere umano, l’hanno atterrata. Sempre Messina, è risorta come la Fenice dalle sue stesse ceneri. Ecco che, fra i secoli XII e XIV compaiono, tante comunità di tessitori, edili, fabbri ferrai, artisti che in cerca di fortuna, incominciarono a popolare nel versante meridionale dell’Italia, le fiorenti città del sud. Tutte avevano partecipato alle fortune dei Normanni e dei loro comprimari, e tutte queste etnie, adesso, erano pronte a contribuire e a rendere sempre gloriose quelle città.
Messina, la più attiva fra esse, favorita dai commerci e da una certa dinamicità dei suoi cittadini, si stava dando una connotazione, più lungimirante e mirata, verso uno sviluppo sempre migliore. La ricchezza veniva perseguita attraverso l’ingegno e attraverso il lavoro. Il governo municipale sintesi della Giurazia cittadina, faceva la sua parte, accrescendo le sue ricchezze e i suoi averi. Una politica dell’accoglienza che darà i suoi frutti. Anche Messina partecipava alla gloria dei Comuni italiani, ricreando nel suo seno, le condizioni per competere. Negli anni in cui la Città dello Stretto, aveva innalzato i labari della Repubblica Marinara 1252 – 1256 alleandosi con lo Stato della Chiesa, giunsero a Messina tante comunità straniere; fra i quali anche cittadini della città di Brescia.
In un documento inserito nel secondo volume della Messana regumunque… di Placido Saperi 1742, si segnalava la presenza, di una loggia e di altrettante case, presso la “ruga brexianorum.”
I Bresciani che componevano quella mischia, erano tessitori di seta e i loro telai, furono richiesti per le produzioni del broccato, un filato che darà molta fama alla città di Messina nei secoli a venire.

Alessandro Fumia

L’antico quartiere di Ferraresi a Messina

L’evoluzione storica di una città, può avvenire per svariate cause, l’importante che tutte queste combinazioni, vengono indirizzate verso una crescita civile che darà i suoi frutti, nell’immediato o nei decenni successivi. La storia di Messina ci ha insegnato, che la sua gente nel passato, ha saputo programmare il suo futuro; le iniziative all’origine, avevano uno stampo di natura commerciale e quasi sempre, la dinamica dello scambio diretto, di esperienze e di conoscenze, avveniva con la presenza nel suo ambito municipale, di entità civiche straniere, coabitanti nel suo territorio. Queste nuove comunità, col passare degli anni, si trasformavano come il nervo più attivo e capace che rinnovava in nuove iniziative e nuove energie, il tessuto civico messinese. Uno scambio quasi sempre vantaggioso per i Messinesi. Accadde che, dopo l’incendio della città normanna di Messina, avvenuto dell’anno 1157, la città ampliò il suo territorio municipale, accogliendo i nuovi arrivati in fondaci, delimitati da due strade principali, dove organizzavano la loro rispettiva comunità. Questa presenza come era costume in quegli anni, dopo aver costruito le sue botteghe e i rispettivi magazzini, innalzava una chiesa e costruiva una loggia di rappresentanza per organizzare gli affari. Insomma, ricreavano in piccolo con l’accordo della Giurazia di Messina, un territorio nel territorio, apportando quelle peculiarità richieste al momento del loro insediamento nella Città dello Stretto. Da un atto notarile testamentario, redatto nel 1261, segnalato in una sua pubblicazione di Diego Ciccarelli, documento 67, pagina 130 studiava gli effetti di quelle dichiarazioni: l’atto era legato, alla famiglia del dominus messanensis Jacopo De Natale che discuteva sugli effetti della sua eredità, ai congiunti e alla moglie la domina Emma, la quale possedeva una grande casa murata e soleggiata, con ambienti terrazzati presso la “ruga Ferrariorum” studiando, di quale strumento fosse idoneo affinché, il suo patrimonio non si disperdesse fra nuovi pretendenti, inseritisi nelle frange della parentela molto numerosa.
Ma più che cercare di rintracciare gli effetti del parentado nel testamento del nobile signorotto messinese, il nostro obiettivo invece, resta quello di individuare la comunità di cittadini di Ferrara, catapultati nelle memorie patrie di Messina. I fatti, gli accadimenti legati a questa comunità, vivono e sopravvivono in ambito alla prima comunità insediata. Gli effetti, si muovono nei secoli successivi, fin al tempo della rivolta antispagnola della stessa città: e riemergono in coloro che sinceri partigiani, ne innalzano i labari familiari per identificazione e gloria del singolo nelle fortune di Messina. Così accade che, dalla ridda di voci e di nomi di quegli avvenimenti 1674 – 1678 compaia anche un capostipite della loggia dei Ferrariorum, intendente e rappresentate di quelle famiglie. Essi celebrano la loro discendenza sotto le sembianze di un loro Console familiaris, nomina onorifica ma nel contempo identificativa. Una piccola comunità nella grande comunità di Messina. Gli operatori Ferraresi presenti a Messina nel XIII secolo, alimentavano le fila dei tessitori, questa volta di lino. Abili erano costoro e molto apprezzati nei loro ambienti produttivi. Così che, la perla dello stretto, organizzava i suoi commerci con il meglio della manodopera presente nel mercato. Dall’atto testamentario, qui ricavato in stralci si segnala:
…elegerit dotem suae ripetere quod solvat expensas factas nuper post incendium Messane in refectione magne domus murate site in ruga Ferrariorum et quod solvet inde pecuniam refusam pro eadem domo tempore divisionis facte….
Poche ma suggestive righe, che unite a tante altre tracce, testimoniano a Messina, la presenza di una piccola ma dinamica cerchia di cittadini di Ferrara.

Alessandro Fumia

L’antico quartiere di Lucchesi a Messina

Un quartiere di abitanti della città di Lucca, impiantato nel tessuto urbano della Città dello Stretto nel XIII secolo. In questa fase storica, i Giurati di Messina  in accordo con le forze commerciali della città, si erano gettati nella produzione della seta col piglio industriale; essi avevano intuito primi di altri che la concorrenza in campo serico, si poteva ottemperare, se a filare e tessere il prodotto serico messinese, vi erano i migliori setaioli dell’epoca operanti sul mercato. E nel XIII secolo, i migliori operatori tessili non v’è dubbio alcuno, che fossero i Lucchesi. In tal modo, concessero con un sistema di concessione demaniale, settori del loro territorio municipale a svariate comunità municipali, provenienti dall’Italia e dall’Europa, migliorando le rispettive conoscenze in molti campi. Queste collaborazioni in questo momento storico, erano favorite da una necessità primaria. La vecchia città di Messina, perduta in un violento incendio che la rase al suolo, favoriva l’incameramento di territorio demaniale a nord come a sud del vecchio impianto municipale, allora concentrato sugli spalti del colle Tirone e in un territorio delimitato a sud, dalle palizzate dello Zaera e a nord, dalle palizzate del Portalegni. La città di Messina, fino al 1157 era quella: la stessa Città dello Stretto che fu preda di Ruggero il Normanno, era quella. L’attuale centro storico, era campagna e fu popolato dopo il 1157. La nuova città di Messina, come segnalano gli atti del Tabulario di Messina, oggi conservato nella Novelle Biblioteque della città di Parigi, concedeva la possibilità ad altri enti, di favorire la convivenza multi etnica del tempo. In quella città e nei secoli a venire, nasceranno nuove cellule  d’affari che daranno la spinta a far crescere, la grande Messina che la storia ricorda.  Da uno di questi atti notarili conservati a Parigi, si apprende della presenza a Messina, di una comunità di cittadini di Lucca. Essi erano conurbati in un settore civico concentrato: fra la “ruga pisanorum”  sul suo lato occidentale, e la “ruga indultis” sul suo lato orientale dalla parte del mare.
Come accennato prima, Lucca viene ricordata nel periodo compreso fra i secoli XI e XIII,  come il più importante centro di produzione occidentale di seta, e da essa si rivolgeva la domanda europea e mediterranea per il consumo di beni di lusso. Nella nuova Urbe di Messina, nel periodo che va dal 1239 al 1313 si vanno a creare, delle nuove realtà insediate che prima non esistevano. Da un documento legato a un litigio per motivi di eredità testamentarie:  un tale, Giovanni Chipulla figlio e nipote di Lucchesi, litiga con domina Rosa, nipote di Falcone e figlia di un altro Lucchese per la divisione di un fondaco, formato da ben dodici fra botteghe e magazzini diversi, affacciati per un confine sulla ruga de indultis.
Questo era il settore medievale in cui ricadeva la comunità di Lucca trapiantata a Messina.

Alessandro Fumia